Storia del giallo italiano (Marsilio 2020)

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La Marsilio porta in libreria un corposo saggio di Luca Crovi.

La scheda di Uruk:

Storia del giallo italiano (2020) di Luca Crovi [settembre 2020]

La trama:

Il fatto che la crime fiction in Italia non abbia mai subito cali di popolarità o di consenso si può considerare una prova del suo legame indissolubile col modo di raccontare e di raccontarsi nel Belpaese. Luca Crovi ne rilegge la storia da un punto di vista inedito, utilizzandola come sensore delle aspirazioni e delle paure, dei sogni e dei peggiori incubi di un’intera nazione. Il risultato è una brillante cartografia dell’inferno del Novecento e del primo ventennio del Duemila, dalla Milano di Augusto De Angelis e Giorgio Scerbanenco, alla Roma di Giancarlo De Cataldo, dal boom degli anni Sessanta al grande successo di Andrea Camilleri, dai noir di Carlo Lucarelli, Massimo Carlotto, Antonio Manzini e Maurizio de Giovanni ai legal thriller di Gianrico Carofiglio, fino ai gialli con humour di Marco Malvaldi e Francesco Recami, passando per i thriller di Giorgio Faletti e Donato Carrisi. Costruendo un percorso avvincente attraverso successi editoriali e repêchage di autori, più o meno noti, che hanno lasciato un segno nel panorama italiano e internazionale, Crovi mette in rilievo differenze e analogie fra trame e personaggi, ambientazioni e schemi narrativi del giallo, il «frutto rosso sangue della nostra epoca». Davanti a un universo narrativo che parla dei lettori e ai lettori, terrorizza e affascina nello stesso tempo perché sembra esorcizzare, con il rigore razionale di un’indagine brillante e intuitiva, la paura dell’ignoto, non si può fare a meno di chiedersi: è forse un caso che in tempi di feroce incertezza, come quelli che stiamo vivendo, il giallo sia ancora il genere più amato dagli italiani?

L’incipit dell’Introduzione:

«Ho voluto e voglio fare un romanzo poliziesco italiano. Dicono che da noi mancano i detectives, mancano i policemen e mancano i gangsters. Sarà, a ogni modo a me pare che non manchino i delitti. Non si dimentichi che questa è la terra dei Borgia, di Ezzelino da Romano, dei Papi e della Regina Giovanna […]. Il romanzo poliziesco è il frutto rosso di sangue della nostra epoca. È il frutto, il fiore, la pianta che il terreno poteva dare. Nulla è più vivo, e aggressivo della morte, oggi. Nel romanzo poliziesco tutto partecipa al movimento, al dinamismo contemporaneo: persino i cadaveri che sono, anzi, i veri protagonisti dell’avventura. Nel romanzo poliziesco ci riconosciamo quali siamo: ognuno di noi può essere l’assassino o l’assassinato».
Così, in maniera diretta e dinamica, uno scrittore e intellettuale del calibro di Augusto De Angelis rivendicava la dignità di un genere letterario come il giallo sul finire degli anni Trenta. In questo suo sfogo articolato, che avrebbe dovuto costituire la base per una lunga conferenza pubblica dedicata alla difesa della letteratura poliziesca nazionale, De Angelis condensava già molti degli elementi che avrebbero caratterizzato polemiche e dibattiti sulla qualità del giallo tricolore e sull’originalità dei nostri giallisti.
Per anni, un po’ sulla falsariga di quegli stessi argomenti proposti dal papà del commissario De Vincenzi, critici e scrittori hanno infatti discusso sull’importanza più o meno rilevante del poliziesco nella letteratura italiana, sul suo valore educativo e culturale, sull’eventuale sua categorizzazione nella serie A o nella serie B della nostra narrativa. «Il giallo italiano – scriveva quasi contemporaneamente a De Angelis l’artista, scrittore e critico Alberto Savinio – è assurdo per ipotesi. Prima di tutto è una imitazione e porta addosso tutte le pene di questa condizione infelicissima. Oltre a ciò manca al “giallo” italiano, “et pour cause”, il romanticismo criminalesco del giallo anglosassone. Le nostre città tutt’altro che tentacolari e rinettate dal sole non “fanno quadro” al giallo né può “fargli ambiente” la nostra brava borghesia. Dove sono i mostri della criminalità, dove i re del delitto?».
Chissà cosa penserebbe Savinio se sapesse che proprio quell’Italia provinciale che a lui non sembrava adatta ad essere terra di delitti e misteri è stata presa di mira ripetutamente oltre che da decine di autori italiani di successo anche da scrittori stranieri di bestseller come Dan Brown, Thomas Harris, Veit Heinichen, Donna Leon, Michael Dibdin. Già Emilio Radius sul «Corriere della Sera» del 29 aprile 1939 esprimeva esplicitamente che la narrativa gialla italiana doveva assumere una sua specificità: «Il problema del romanzo giallo è un problema autarchico ed è un problema morale. Il romanzo giallo italiano, se è destino che si debba scrivere anche noi romanzi gialli, per non importarne troppi e per non importare, con la carta stampata, costumi, usi e vezzi, dovrebbe uniformarsi al vero ragionevolmente drammatizzato e non cadere in una manieraccia dalla quale è poi impossibile spremere una stilla di commozione o di interesse non effimero: ingegnarsi di descrivere davvero la lotta della giustizia contro la delinquenza, fare un uso prudente ed accorto dei necessari artifici e lasciar posto alla realtà».

L’autore:

Luca Crovi è tra i massimi esperti in Italia di letteratura di genere. Lavora per Sergio Bonelli Editore, dove dal 1993 si occupa della collana Almanacchi. Per Marsilio è autore della monografia Tutti i colori del giallo (2002) che ha inspirato l’omonima trasmissione radiofonica andata in onda su Radio 2, con cui ha vinto il Premio Flaiano nel 2005.

L.

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