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GialliProibiti170Splendido vecchio volume della collana “I Gialli Proibiti”, mensile della Longanesi che costituiva negli anni Sessanta un’ottima concorrenza ai Gialli Mondadori.
In questo caso la collana prosegue a presentare le avventure di un eroe pulp ormai dimenticato: Shell Scott, protagonista di decine romanzi dagli anni Cinquanta in poi.

La scheda di Uruk:

170. Non passa più [Shell Scott 31] (The Meandering Corpse, 1965) di Richard S. Prather [settembre 1967] Traduzione di Maria Luisa Cesa Bianchi

La presentazione della collana:

I «Gialli Proibiti» sono ormai diventati i preferiti di chi cerca non soltanto il romanzo appassionante, che si legge tutto d’un flato sino all’ultima pagina, ma che possiede anche un valore drammatico e letterario duraturo. In una parola, i «Gialli Proibiti» sono diventati i vostri gialli. La testa del gatto nero, contrassegno delle loro sovracoperte, vi è ormai nota come sigillo di garanzia. Garanzia della più alta qualità dei testi e delle traduzioni e di pregi che invano cerchereste in collezioni tanto divulgate come questa.

L’incipit:

Quando entrai al Jazz Pad, Lilli Lorraine stava cantando a piena voce e le parole rimanevano sospese nell’atmosfera fumosa e rovente del locale.
Lilli era al centro della pista da ballo avvolta dal fascio azzurro di un piccolo riflettore, il capo all’indietro, gli occhi chiusi, le labbra che baciavano le consonanti e mordicchiavano roche vocali. Era una cantante piena di fascino, di fascino sensuale, e quando incominciò a cantare Un uomo e una donna, nessuno osò più alzarsi, ed io pensai che se avesse cantato l’inno nazionale, gli Stati Uniti avrebbero dovuto cambiarlo.
Era una domenica sera di metà marzo. Nel resto di Los Angeles la primavera doveva ancora incominciare ma qui al Jazz Pad si era già in piena estate.
Lilli stava distillando «vale la pena di rischiare» nelle orecchie, nelle ghiandole e nelle parti intime dei clienti, soprattutto uomini, mentre mi trovavo un posto al bar.
Riconobbi Domino dalle fotografie che avevo visto sulla sua scheda segnaletica.
Sedeva a un tavolino di prima fila, insieme ad altri tre tizi. Era un gran bell’uomo, alto, aitante, capace di fulminare le donne con gli occhi e gli uomini con la pistola e aveva quel tipo di capelli neri e ondulati dove le donne affondano volentieri le dita delle mani e, da quel che ho sentito dire, anche dei piedi. I miei capelli, invece, anche quando li lascio crescere non sono più lunghi di due centimetri e a stento ci si potrebbe infilare il mignolo. E poi sono bianchi e leggermente crespi, e… ma torniamo a Domino.
Nickie Domano, noto come Domino nel mondo delle corse, stava fissando Lilli con l’espressione di chi ha ricevuto il messaggio e risponde «A noi due, baby». Non aveva l’aria del teppista, mentre i tre balordi che erano con lui, sì.
Non li conoscevo. Non conoscevo neppure Domino, per dir la verità, ossia non ci eravamo ancora incontrati. Ma lo conoscevo di fama. Per esempio sapevo che probabilmente quel giorno aveva già fatto fuori un tale. Non ne ero certo ma quasi. Con tre pallottole in pancia, la morte del poveraccio era più che probabile.
«Cinzano Soda, Shell?»
Shell sono io. Shell Scott.
Guardai il barista. «Sì, grazie. Il solito.»
Conosceva i miei gusti; ero già stato lì. Per svago. Ma questa volta non era per svago, bensì per lavoro. E quando lavoro mi occupo di tipi come Nickie Domano e i tre gorilla assieme a lui, che si stavano spulciando.
Sono un detective privato con ufficio nel centro di Broadway, e
pied-à-terre, tre locali più servizi, ad Hollywood. Sono alto uno e novanta e peso ottantacinque chili fra i pasti. Ho un colore di pelle molto simile a quello di un vecchio fodero di rivoltella, e i miei capelli, già lo sapete, sono bianchi come l’inverno, ma folti, e lunghi all’incirca quanto il mignolo del piede. Per il resto: occhi grigi sotto sopracciglia bianche e appuntite, una cicatrice trascurabile sotto l’occhio destro e l’orecchio sinistro mozzato in punta, quasi per simmetria. E un naso che prima che si rompesse, consideravo piuttosto bello.

L.

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