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1783Chicca dal passato della collana “Il Giallo Mondadori”, quando raccontava le avventure degli uomini dell’87° Distretto di Ed McBain.

L’illustrazione di copertina è firmata da Carlo Jacono.

La scheda di Uruk:

1783. Troppo caldo per l’87° Distretto [87th Precinct 35] (Heat, 1981) di Ed McBain [3 aprile 1983] Traduzione di Andreina Negretti
– Inoltre contiene il racconto:
Una ventata di vecchiaia (Kindred Spirits, da “EQMM”, febbraio 1983) di Clements Jordan

La trama:

HeatChe caldo, quel giorno, a Isola. Esploso da sette giorni, non accenna a diminuire. Eppure bisogna stare là, con tutte le finestre chiuse e il condizionatore spento, nell’aria impregnata di caldo, umidità e odori sgradevoli, finché il medico legale non finisce di esaminare il corpo dell’uomo trovato morto dalla moglie rientrata da un viaggio. L’uomo è un alcolizzato, e chi è in preda a una crisi etilica può fare di tutto, persino spegnere il condizionatore quando il termometro segna trentanove. E così, Carella e Kling sudano lì nell’appartamento, fuori per la strada, chiusi nella macchina imprigionata nel traffico, nella sala agenti trasformata in forno, tra le lenzuola madide del loro letto. Anche Halloran suda mentre va a cercare sua figlia, e anche dopo, quando sua figlia lo respinge, e lui deve trovare un’arma a tutti i costi e farla pagare a quel bastardo di poliziotto che l’ha mandato in galera per dieci anni. E suda Augusta Blair, la bella moglie di Kling, che deve lavorare sotto i riflettori. Suda per il caldo e invece dovrebbe gelare di paura, perché Kling sospetta di lei. Non che la creda un’assassina o una ladra, ma il sospetto che lo rode potrebbe, se diventa certezza, uccidere qualcosa o qualcuno. Se non arriva prima Halloran a uccidere lui.

L’incipit:

CG0874La vecchia berlina senza contrassegni, a bordo della quale Steve Carella stava arrivando sul posto, era dotata di condizionatore, ma l’apparecchio, riparato l’anno precedente, con una vena di malignità aveva deciso di non funzionare più proprio nel momento in cui ce ne sarebbe stato maggiormente bisogno. Tutti i finestrini erano abbassati, ma l’aria che entrava nella macchina era calda e appiccicosa perché lì, in quella metropoli, l’umidità stava attaccata alla temperatura da forno come una prima ballerina grassa al suo porteur. Accanto a Carella soffocava in silenzio Bert Kling.
La sala comunicazioni di High Street aveva ricevuto la prima chiamata alle 8,30. La telefonata al Servizio Emergenza era stata girata immediatamente a un centralinista che, via-radio, aveva spedito sul posto l’auto-pattuglia Otto Sette Frank. Gli agenti della macchina ottantasette non erano rimasti affatto sorpresi di trovare un cadavere: la donna che aveva chiamato il 911 aveva detto di essere appena rientrata a casa e di aver trovato il marito morto. Alla fine del suo messaggio, il centralinista aveva detto: «Sentite un po’ la signora». E infatti la signora stava aspettando la polizia nell’atrio del palazzo. Gli agenti di pattuglia avevano richiamato il posto di polizia soltanto dopo essere entrati nell’appartamento del quinto piano ed essersi accertati di persona che sul pavimento del salotto c’era effettivamente un cadavere.
Il palazzo si trovava in una zona più elegante di tante altre, e faceva parte di un complesso di case d’abitazione che, disposto a semicerchio attorno a Silvermine Ovai, si affacciava su Silvermine Park, la River Highway e il fiume al di là della strada. I muri delle case non si erano salvati dall’oltraggio dei graffiti, aggressione visiva violenta quanto un colpo di sfollagente, però gli edifici avevano ancora portieri in livrea, e il servizio di vigilanza era certamente ottimo. Quando Carella accostò la berlina al marciapiede, davanti al palazzo c’erano tre autopattuglie e un furgone mandato dal 911. In quel momento, dopo essere stato in silenzio per tutta la strada, Kling disse: — Steve, sospetto che mia moglie se la faccia con qualcuno.
Uno degli uomini di pattuglia che avevano risposto alla chiamata via-radio era lì sul marciapiede in attesa degli agenti investigativi. Riconobbe subito la berlina marrone sbiadito, e poi riconobbe Carella e anche Kling, e si mosse verso la macchina mentre le due portiere venivano aperte. Da sopra il tetto della berlina, Carella guardò il compagno. A testa bassa, Kling andò verso l’agente di pattuglia. Biondo, occhi azzurri, faccia da ragazzo, espressione ingenua da cui era impossibile indovinare la sua professione, Bert Kling era stato fino a poco tempo prima il più giovane della squadra. Un po’ più alto di Carella, appena più largo di spalle, quel giorno indossava una giacca leggera, pantaloni scuri, camicia bianca e, in rispetto a una precedente raccomandazione del tenente Byrnes, la cravatta. Ancora sbalordito, Carella girò attorno alla macchina e salì sul marciapiede. Si muoveva con l’andatura sciolta di un atleta, aveva i capelli scuri come gli occhi che, leggermente a mandorla, conferivano alla sua faccia un che di orientale. Il completo di tela indossato alle sette meno un quarto, era già stazzonato: sembrava un asciugapiatti maltrattato.

L.

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