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Romanzi del West 2In occasione dell’uscita di “Non solo America. L’avventura del western in Italia nel secolo XX“, l’immenso lavoro di schedatura che ci spiega Mario Raciti dal suo blog Western Campfire, ne approfitto per rispolverare il secondo numero della collana “I Romanzi del West” (Garden Editoriale) curata da Antonio Bellomi.
L’illustrazione di copertina è del grande Carlo Jacono.

La scheda di Uruk:

2. La gola degli scheletri [luglio 1988]
La gola degli scheletri (Skeleton Pass, 1950) di John Russell Fearn, firmato originariamente come Max Elton – Traduzione di Manuela Cardiel
Sentiero senza fine (The Long Trail) di Louis Masterson (Kjell Halbing) – Traduzione di G. Giambalvo
L’uomo del destino, di José Garben
Il giornale di Gila-City, di Hans Francis
Larry, il pistolero, di Paul Sachs
La lunga strada della vendetta, di James Guts

La trama:

C’era un volta ¡I West… il West sconfinato dove galoppavano i cavalli e si impiccavano agli alberi coloro che li rubavano. Il West dove ingenui giocatori di poker si facevano spennare da smaliziati bari. Il West dove galoppavano i tutori della legge e i fuorilegge che cercavano di fuggire quando il terreno scottava sotto i loro piedi. Il West delle lunghe carovane e dei fuochi di bivacco e delle malinconiche canzoni di chi cercava nuove terre. Il West dei predicatori e dei ciarlatani… Il West dove tuonavano Colt e Winchester e sibilavano le frecce degli indiani…
In questo volume vi presentiamo tre grandi romanzi inediti che narrano appunto tre episodi di questa saga infinita.

L’incipit de “La gola degli scheletri”:

Una nuvola di polvere, a trenta chilometri da Mowry City, nel Nuovo Messico, era l’unica perturbazione visibile in quella distesa desolata quasi abbagliante. A lasciare quella nuvola di polvere era stata una diligenza che, senza nessuna scorta, stava dirigendosi a Winslow, in Arizona. Un viaggio lungo, almeno trecento chilometri, e molto faticoso, la cui prossima tappa sarebbero state le Montagne Mongole, dove, come già stato stabilito, si sarebbero accampati per la notte.
I passeggeri della diligenza non avrebbero potuto essere meglio assortiti. C’era Bill Himmel, il vecchio ed esperto conducente di diligenze, che conosceva ormai alla perfezione i suoi cavalli. Alla sua destra sedeva l’impenetrabile Jake Carlow. Jake era molto alto, incredibilmente magro, e con la faccia bruciata dal sole. Stava ore e ore in silenzio a masticare tabacco, muovendo in continuazione le mascelle, come fanno le mucche, parlando solo di tanto in tanto a monosillabi, sputando in terra il tabacco masticato. Non era la prima volta che faceva quel viaggio faticoso. Il suo lavoro consisteva proprio nel controllare che l’oro, preso in consegna alla banca Mackenzie di Mowry City, arrivasse sano e salvo a Winslow.

L’incipit di “Sentiero senza fine”:

Clay capì che ci sarebbero stati dei guai quando suo padre afferrò il grosso Winchester che stava appeso appena dietro alla porta. Non aveva mai visto il padre in quello stato. Per lui Tim Taggart era un idolo, lo idolatrava come solo sanno fare i ragazzini di dieci anni e non gli era mai passato per la testa che suo padre potesse anche solo essere spaventato.
Eppure Tim Taggart era davvero terrorizzato. La sua faccia aveva lo stesso colore del sottile strato di neve che era caduto e le mani gli tremavano sul fucile.

L’incipit de “L’uomo del destino”:

L’uomo giunse a Oak-Spring a sera inoltrata. Il suo cavallo era stanco e impolverato come il suo cavaliere e teneva la testa penzoloni nonostante fosse una bestia di razza. Anche l’uomo era stanco. Quando imboccò la Main Street si rizzò a fatica sulla sella e cercò di assumere un contegno baldanzoso anche se proprio non se la sentiva.
Sul bordo della strada un vecchio strimpellava su una chitarra e cantava con voce roca e stonata Twice Under the Moon, seguito dagli occhi estatici di una dozzina di bambini straccioni.
Jim Patten, il cavaliere, s’inoltrò lungo la Main Street cercando con gli occhi le insegne di un saloon. Le vie erano ormai buie e delle lanterne sporadiche fornivano un’illuminazione insufficiente.

L’incipit de “Il giornale di Gila-City”:

Il signor Springfield stava chiudendo l’ufficio dopo una infausta giornata in cui tutto sembrava andare alla rovescia, a cominciare dal suo nuovo aiutante che non era affatto sveglio come sembrava. Era quindi di umore nero, ma riusciva abilmente a contenersi, come aveva imparato a fare fin da giovane. Il suo motto era: “Sempre con il sorriso sulle labbra”, e in verità faceva di tutto per riuscirci anche nelle situazioni più disgraziate.
Quella sera infausta tuttavia era preoccupato. Non sapeva spiegarsi la ragione della sua impressione ma era convinto che qualcosa di poco piacevole fosse lì lì per capitargli.
Non si sbagliava.

L’incipit di “Larry, il pistolero”:

Era quasi il tramonto, ma la meta era ormai vicina. In fondo alla vallata Larry poteva scorgere il suo vecchio paese che in dieci anni era cambiato di pochissimo. Un po’ più ingrandito, forse, ma non troppo, tanto da conservare la sua vecchia fisionomia. Il cavallo sotto di lui nitrì. Larry l’accarezzo.
— Su da bravo — gli disse dolcemente come se parlasse con una persona. — Un ultimo sforzo ancora e potrai riposare.

L’incipit de “La lunga strada della vendetta”:

La strada era stata lunga e difficile. Rocce, sabbia e sole, un sole implacabile che picchiava su quel deserto come se volesse sgretolare le rocce in una polvere impalpabile. E niente acqua.
Neanche un filo, né una polla, né una pozzanghera e neppure uno stagno maleodorante. Una terra arida e brulla maledetta da Dio e dimenticata dagli uomini, ma che forse sarebbe stata l’ultima tappa della sua peregrinazione.

L.

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