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TopkapiAssente sin dal 1990 dai cataloghi italiani, la Adelphi riporta in libreria un grande titolo del britannico Eric Ambler: Topkapi, ritradotto per l’occasione da Mariagrazia Gini.
Il romanzo arriva in Italia nel 1964 per Sugar e nel 1965 per Mondadori (“Un libro al mese” n. 4), in entrambe i casi con il titolo La luce del giorno e la traduzione di Bruno Oddera, la stessa che poi la Mondadori – uscito il film Topkapi (1964) di Jules Dassin con Peter Ustinov – ripropone negli “Oscar Mondadori” n. 7 (1965) con il titolo Topkapi: la luce del giorno: l’ultima ristampa risale al 1990 quando Diego Zandel raccoglie il romanzo nell’antologia stagionale mondadoriana “Inverno Spia 1990-91”.

La scheda di Uruk:

Topkapi (The Light of the Day, 1962) di Eric Ambler [giugno 2016] Traduzione di Mariagrazia Gini

La trama:

«Avevo bisogno di soldi, e quel tizio pareva averne … Come diavolo facevo a sapere che genere di persona era Harper?». Arthur Abdel Simpson è un apolide egiziano che si professa inglese, un volgare ladruncolo che vive di espedienti, circuisce i turisti che arrivano ad Atene e ruba i traveller’s cheque dalle loro camere d’albergo. Ma Harper, l’uomo adescato appena fuori dall’aeroporto – uno che parlava «da americano» –, non è affatto quello che sembra, e lo coglie in flagrante. Arthur, temendo la polizia greca, accetta da lui quello che appare come un facile incarico, mettendosi subito nei guai alla frontiera. In stato d’arresto, gli rimane un’unica possibilità di salvezza: collaborare suo malgrado con il controspionaggio turco, infiltrandosi in quella che sembra una pericolosa banda di sovversivi. Nel meraviglioso scenario del Bosforo, Ambler intesse una trama magistrale, nella quale il gioco di ricatti e colpi di scena si sovrappone a una galleria di memorabili ritratti; tra i quali, vivido e sferzante, spicca quello del protagonista, con la sua misera esistenza messa alla berlina, il profondo disincanto verso il mondo, la caccia ostinata al più sordido tornaconto. Perché in fondo, per Arthur Abdel Simpson, «anche una briciola è meglio di niente».

L’incipit:

In fin dei conti, se non fossi stato arrestato dalla polizia turca sarei stato arrestato dalla polizia greca. Non avevo scelta: potevo fare solo come mi diceva lui, Harper. È successo tutto per colpa sua.
Pensai che fosse americano. Sembrava proprio una mericano: alto, con un completo largo e leggero, la cravatta sottile e il colletto con i bottoni, la faccia liscia da vecchio giovane o da giovane vecchio, i capelli a spazzola. Parlava anche da americano, o perlomeno come un tedesco che ha vissuto parecchio in America. Certo, ora so che non lo era, ma di sicuro dava quell’impressione. La sua valigia, per esempio, era assolutamente americana: di finta pelle, con le chiusure in similoro. Riconosco una valigia americana, quando la vedo. Il passaporto, però, non gliel’avevo mica visto
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L.

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