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independence-dayVisto che è uscito nelle sale italiane il sequel, è il momento di parlare della novelization Sonzogno di un film che ha fatto epoca, recensito dal blog La Bara Volante.
Il film ha anche una citazione scacchistica, di cui parlo nel mio blog CitaScacchi.

La scheda di Uruk:

Independence Day (id., 1996) di Stephen Molstad [settembre 1996] Traduzione di Sergio Mancini
– dalla sceneggiatura di Dean Devlin e Roland Emmerich per il film omonimo di Roland Emmerich, con Will Smith e Bill Pullman

La trama:

L’universo tace, all’apparenza. Invano i radiotelescopi del New Mexico e di Arecibo rivolgono le loro immense superfici verso il cielo silenzioso. Gocce di stelle lontane, impercettibili, sono l’unico fremito che l’uomo riesce a cogliere. Tutto sembra tranquillo, fino al 2 luglio…
Due giorni prima dell’anniversario dell’indipendenza americana, infatti, una serie di fenomeni atmosferici stranissimi comincia ad apparire nel cielo di tutto il mondo, ed esplosioni e incendi di proporzioni immani squarciano l’atmosfera ovunque.
Le comunicazioni via satellite si interrompono senza che nessuno riesca a trovare una spiegazione logica, mentre un’enorme massa indistinta si cela dietro la Luna. Dai televisori e dalle radio escono immagini nebulose e suoni gracchianti.
Il terrore comincia a serpeggiare ovunque e ben presto si trasforma in panico incontrollabile, mentre al Pentagono i più alti ufficiali di stato maggiore si accorgono con orrore che dalla massa indistinta si staccano enormi oggetti volanti. È ormai chiaro a tutti che “là fuori”, nell’universo, si sta scatenando una forza incontenibile che ha un preciso e sistematico obiettivo: annientare il nostro pianeta e tutti i suoi abitanti.
Una flotta di gigantesche astronavi plana sulle grandi capitali offuscando il sole e muri di fuoco polverizzano tutto quello che incontrano sul loro cammino, dalla Casa Bianca all’Empire State Building, dalla Piazza Rossa fino alle Piramidi: intere città e intere regioni svaniscono in pochi secondi, inghiottite da voragini di fuoco.
Sulla Terra accecata e obnubilata inizia il conto alla rovescia per il genere umano. Non tutti però sono disposti a farsi massacrare senza reagire, e qualcuno decide di vendere cara la pelle. Fra loro un pilota di caccia, un esperto in computer e lo stesso presidente degli Stati Uniti che, dopo un iniziale scetticismo, si unisce allo sparuto manipolo di eroi per cercare di salvare quel poco che resta della Terra e sconfiggere le forze di altri mondi che stanno schiacciando il genere umano come fosse una formica.
Fra scenari apocalittici, imprese ardite come la traversata delle aride distese di sale dello Utah, inseguimenti aerei da capogiro, il gruppetto di eroi lotta disperatamente contro il tempo, affinché il 4 luglio, giorno che era occasione di gioia e di celebrazione della libertà, non diventi invece per gli alieni la ricorrenza della fine del mondo…
Independence Day è il libro dell’omonimo film, il kolossal fantascientifico che in soli sei giorni ha stracciato tutti i precedenti record d’incasso della storia del cinema americano, battendo di gran lunga persino Jurassic Park. Prodotto, diretto e sceneggiato dallo stesso team di Stargate, Roland Emmerich e Dean Devlin, e interpretato da Jeff Goldblum, segna il ritorno sugli schermi della grande fantascienza.

L’incipit:

Il Mare della Tranquillità era una distesa desolata, lugubre e immota, una silenziosa tomba a cielo aperto a forma di cratere, piena di ceneri e pietre. Due serie di impronte erano incise sul suolo grigio e polveroso che circondava la zona d’atterraggio, ognuna ritagliata con la stessa precisione del giorno in cui erano state impresse. All’orizzonte, un frammento brillante della Terra stava sorgendo nel cielo, l’azzurro intenso dei suoi oceani in netto contrasto con la valle priva di colori. Conficcate sulla superficie lunare, stavano le asticelle dei sensori di un sismografo, una scatola quadrata in grado di rilevare la caduta di uno sciame di meteoriti a una distanza di cinquanta miglia, mentre all’estremità del campo una bandiera americana garriva orgogliosamente a una brezza che in realtà non c’era. Tutta la zona era cosparsa di rifiuti: esperimenti scientifici e gli scatoloni di cartone che li avevano contenuti, sacchetti di plastica intatti utilizzati per raccogliere campioni di terreno e una manciata di ninnoli commemorativi. Questo equipaggiamento, sparso negligentemente in un’area della grandezza del diamante di un campo da baseball, era stato trasportato dagli astronauti dell’Apollo 11, i primi due esseri umani a mettere piede sulla luna. Quando se n’erano andati, si erano alleggeriti di tutto ciò che non era ritenuto essenziale per il ritorno sulla Terra. Armstrong e Aldrin avevano compiuto un passo gigantesco per il genere umano, ma si erano lasciati dietro una tonnellata di spazzatura per il genere lunare, se ne fosse esistito uno.</>

L.

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