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scheletro-nellarmadioLa collana “Gli Adelphi” (Adelphi) riporta in libreria – e in digitale – un romanzo pungente di W. Somerset Maugham: Lo scheletro nell’armadio.
Ecco le precedenti edizioni del romanzo:

  • Agrodolce, “Le Streghe” Elios n. 15 [1945] Traduzione di Luigi Somma
  • Uomo e donna, “Romantica straniera” Campitelli [1945] Traduzione di Luigi Somma
  • Lo scheletro nella credenza, “Vespa Blu” Garzanti n. 17 [1949]; “Romanzi d’oggi” Garzanti n. 20 [1956] Traduzione di Natalia Bavastro
  • Il fantasma nell’armadio, “I Garzanti” n. 552 [1975]; “Il Castello” Sellerio n. 62 [1993] Traduzione di Natalia Bavastro
  • Lo scheletro nell’armadio, “Biblioteca Adelphi” n. 454 [2004] Traduzione di Franco Salvatorelli

La scheda di Uruk:

Lo scheletro nell’armadio (Cakes and Ale: or, the Skeleton in the Cupboard, 1930) di W. Somerset Maugham [settembre 2016] Traduzione di Franco Salvatorelli

La trama:

«W. Somerset Maugham, a differenza di tanti suoi contemporanei … lentamente, ma inesorabilmente, va sempre più occupando il primissimo posto fra gli scrittori inglesi del Novecento per intero, e anche fra i maggiori tardo-vittoriani. Ed ecco che ogni nuova proposta in italiano (o riproposta, come questo romanzo del 1930 tradotto da un Franco Salvatorelli in uno stato di grazia lessicale e ritmica) è una conferma della sua inarrivabile grandezza finalmente arrivata a destinazione e, se non ancora conclamata, conclamabile senza ulteriore confutazione».
Aldo Busi

Nota editoriale

Il titolo originale di questo racconto, scritto da Maugham nel 1930, è “Cakes and Ale”: le bevande e i pasticcini che accompagnano le riunioni mondane, il successo, per quanto esso deve alla mondanità, e la immagine pubblica dei personaggi.
Al suo apparire indirizzò la curiosità di critici elettori su chi, nella realtà, si celasse dietro il personaggio principale, lo scrittore Driffield che era diventato grande mentr’era il marito della splendida Rosie, per poi diventare celebre con la seconda moglie, Ann, abile e conformista.
Ma gli intenti di Maugham orbitavano diversamente, intorno ai due personaggi, dello scrittore famoso e di Rosie la prima moglie.
E a costruirli, il suo tratto di narratore piacevole ma non distratto, insegue la traccia di una biografia ufficiale e compiacente da scrivere.
Driffield lo scrittore famoso è trattato di secondo piano, sul proscenio della perenne celebrazione che sono diventate le sue giornate, altrimenti silenziose e reticenti.
Rosie invece, scomparsa, e presente come un fantasma nell’armadio, che si vorrebbe cancellare dalla biografia, rinasce ogni volta che la mente ritorna al passato, più luminosa e vivida di ogni altro.
E quando, alla fine del racconto, Rosie ricompare, è per spiegare come e perché, per inspiegabile che appaia agli altri personaggi, lei felicemente ha continuato a vivere, e insieme a lei tutto il resto, escluso Driffield. “Il fantasma nell’armadio” racconta, nel modo di un elegante e amaro scetticismo, che cosa sia il successo nel mondo.
Naturalmente non trova le sue ragioni, e le ragioni del suo fascino inevitabile, del suo mistero; tranne qualcosa che si può facilmente intuire, a consolarsi o rammaricarsi, ma solo “dopo il fatto”: che la vita è sempre altrove.

L’incipit tradotto da Bavastro:

Ho notato che, quando qualcuno vi telefona e, non trovandovi in casa, lascia detto di telefonargli appena sarete tornato perché si tratta di cosa importante, la cosa è generalmente importante per lui e non per voi.
Se si tratta di farvi un regalo o un favore, la gente, di solito, si dimostra capace di trattenere l’impazienza entro limiti ragionevoli.
Così, quando tornai a casa, disponendo del tempo appena sufficiente per bere un aperitivo, fumare una sigaretta e leggere il giornale prima di vestirmi per la cena, e Miss Fellows, la mia padrona di casa, mi disse che Mister Alroy Kear mi pregava di telefonargli appena tornato, capii che potevo benissimo trascurare la sua preghiera.
– È lo scrittore? – essa mi domandò.
– Sì, è lui.
Miss Fellows rivolse al telefono un’occhiata amichevole. – Devo chiamarlo?
– No, grazie
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L’incipit tradotto da Salvatorelli:

Ho notato che quando qualcuno ti telefona, e non trovandoti lascia detto di richiamarlo appena torni perché è una cosa importante, la cosa di solito è più importante per lui che per te. Se si tratta di farti un regalo o un favore la gente per lo più riesce a contenere la sua impazienza entro limiti ragionevoli. Sicché quando rientrai a casa giusto in tempo per bere un sorso, fumare una sigaretta e leggere il giornale prima di vestirmi per la cena, e Miss Fellows, la mia affittacamere, mi disse che Alroy Kear mi pregava di telefonargli subito, ritenni di poter ignorare senza danno la richiesta.
«È lo scrittore?» domandò lei.
«Sì».
Guardò amichevolmente l’apparecchio telefonico.
«Lo chiamo?»
«No, grazie».

L’autore:

William Somerset Maugham (Parigi 1874, Cap-Ferrat 1965), dopo una laurea in medicina e un breve periodo di attività professionale, scelse di dedicarsi alla letteratura. Scrittore raffinato, raggiunse il successo sia come autore di opere teatrali che come romanziere. Tra la sua vastissima produzione si ricordano soprattutto Schiavo d’amore (1915), La luna e sei soldi (1919), ispirato alla vita del pittore Van Gogh, Il velo dipinto (1925), Pioggia (1934).

L.

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