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0728Visto che sono riuscito a venderlo, presento questo numero de “Il Giallo Mondadori” risalente alla direzione Alberto Tedeschi.
L’illustrazione di copertina è firmata come di consueto da Carlo Jacono.

La scheda di Uruk:

728. Omicidio su misura (Kill to Fit, 1956) di Bruno Fischer [13 gennaio 1963] Traduzione di Mario Fanoli
Inoltre contiene il racconto:
Musica nell’ospedale (In the Hospital, “EQMM“, dicembre 1962) di Theodore Sturgeon

La trama:

Rick Train ritorna a casa dopo una lunga assenza, e trova la sua zia prediletta, Susan, decisa a sposare in seconde nozze un avvocato di dubbia fama. Rick e la cugina Herta congiurano per impedire le nozze, ma la morte interviene a rendere inutili le loro manovre. Un’accozzaglia eterogenea di ospiti affolla la villa di Susan, e ognuno potrebbe essere, per un motivo o per l’altro, l’indiziato numero uno. Ma ci vorrà ancora un delitto, perché l’assassino cada nella trappola. Edito in America alcuni anni or sono, questo romanzo ci arriva soltanto ora, ma, per fortuna, non ha perso nulla della sua freschezza. Suspense, avventura e indagine vi si fondono felicemente in una vicenda che appartiene, senza dubbio, al periodo migliore di Bruno Fischer, autore fra l’altro, di “Vittima segreta”.

L’incipit:

Mi fermai, poco prima di entrare ad Elmton, davanti al “Goldie’s Haven”; sentivo il bisogno di bermi un paio di birre. Portai la macchina nel parcheggio, di fronte all’ingresso dell’edificio di stile rustico. Avevo le gambe intorpidite e le palpebre appesantite da quattro ore di guida nella notte. Mi accomodai il nodo della cravatta e indossai la giacca.
Il locale era completamente invaso dal frastuono del juke-box, dal fumo e dalla gente. Scartai alcune coppie che ballavano, passai tra due tavole alle quali illanguidivano dei bevitori risoluti, e approdai al bancone del bar.
Mi piace aver un po’ di posto per appoggiare i gomiti, quando bevo; cosi, presa la birra, mi allontanai dal bar in cerca di un tavolo libero. A prima vista, non ce n’erano. — Ciao, Rick! — mi gridò una ragazza. Era una cosa lunga e tutta gambe; aveva interrotto la danza con un uomo di mezza spanna più basso di lei, e stava veleggiando verso di me. Il suo compagno la teneva ancora tra le braccia, incurante dell’interruzione. Mi occorse un poco di concentrazione per ricordarmi che si chiamava Mae e che, nei giorni della giovinezza, avevamo di tanto in tanto fatto le fusa insieme, davanti a casa sua, quando non c’era di meglio da fare. Mi tirai faticosamente indietro e ripresi la mia ricerca.

L.

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