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paolo-cendon-lorco-in-canonicaLa Marsilio porta in libreria L’orco in canonica di Paolo Cendon.

La scheda di Uruk:

L’orco in canonica (2016) di Paolo Cendon [6 ottobre 2016]

La trama:

Una bambina di otto anni, Anna, graziosa, occhi verdi, genitori all’antica, si vede proporre da un prete di ventisei anni – in una cittadina italiana, dopo la prima comunione – un “percorso” di approfondimento religioso. La piccola accetta, comincia a frequentare la parrocchia; sarà l’inizio di cinque anni di violenze sessuali, dapprima subdole, poi sempre più pesanti, compiute in una stanzetta della canonica. Ogni tentativo di fuga della bimba fallisce, anche per la complicità omertosa del parroco e della maestra di religione. Segue un periodo di rimozione, con gravi malesseri fisici e mentali. A vent’anni Anna inizia una terapia psicologica, assai faticosa, col recupero progressivo della memoria; poi la denuncia in questura, l’apertura di un’istruttoria, un lungo processo. Due sentenze: nella prima Anna è sconfitta, in secondo grado sarà creduta, “vincerà”; il sacerdote viene condannato, così come la Chiesa locale. Dopo vari anni Anna, ormai adulta, si recherà a Venezia a trovare il suo professore di diritto, che l’aveva seguita fin dall’inizio. Accanto a lui – rivisitando tanti particolari lontani, cercando di capire cosa brucia ancora in lei – prende alcune importanti decisioni per il suo avvenire.

L’incipit:

Era all’età di dieci anni che aveva iniziato a dormire sulla schiena; con altre posizioni non riusciva più a prendere sonno. Soltanto nell’ultimo periodo della terapia le si era chiarito il perché.
Da bambina era diverso, ricordava bene quando era malata, a cinque o sei anni per esempio; si addormentava sulla pancia o su un fianco, mani sotto il cuscino. «Mi sembrava di proteggermi così, di non avere più niente da temere».
Da allora mai più in quel modo, adesso sapeva perché era cambiata. Era impossibile, quando don Fulvio la sistemava bocconi, ventre in basso, riuscire a evadere con la mente dalla stanza. Schiacciata sul tavolo dalla vita alla testa, i capelli fra le dita di lui, piedi a sfiorare il pavimento: «Potevo solo decidere su quale guancia appoggiarmi, nient’altro». Destra o sinistra poco importava, vedeva comunque la parte bassa delle pareti. Nessuna via di fuga così: riusciva al massimo a contare i secondi, trenta o novanta o quel che era, in attesa che le cose finissero.
Il contrario nella posizione supina: pancia all’insù, natiche in bilico sull’orlo, capo girato verso l’alto. Teneva spesso gli occhi aperti allora: al centro del soffitto c’era un’ombra diversa a seconda della luce, attraverso cui poteva uscire con la mente.
I movimenti del prete, verso il basso del corpo, non la riguardavano più direttamente. Fin che il contatto durava non sbatteva le palpebre, anche le orecchie inattive, solo un brusio all’interno. «Col pensiero ero altrove: a tavola accanto ai miei, oppure in cartoleria a scegliere i quaderni, a giocare in cortile con le amiche».

L’autore:

Paolo Cendon, veneziano, professore universitario a Pavia e a Trieste, giurista. Fra i suoi libri, Il prezzo della follia, Parole all’indice, Colpa vostra se mi uccido: il suicidio e la responsabilità, I malati terminali e i loro diritti. Ha redatto nel 1986 il progetto-base sull’Amministrazione di sostegno. Con la sua scuola ha messo a punto la figura del “Danno esistenziale”. Cura la rivista on-line personaedanno.it. Ha fondato nel 2015 il movimento “Fragilità, storie, diritti”. Dirige per i maggiori editori italiani vari tipi di collane scientifiche.

L.

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