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neve-san-pietroLa Biblioteca Adelphi ritraduce – grazie a Fabio Cremonesi e F. Bovoli – un romanzo dell’austriaco Leo Perutz apparso in Italia solamente nel 1998 a cura di Fazi (tradotto da Carlo Sandrelli).Riportato in questa prestigiosa edizione, ecco dunque La Neve di San Pietro.

La scheda di Uruk:

661. La Neve di San Pietro (St.Petri-Schnee, 1933) di Leo Perutz [dicembre 2016] Traduzione di Fabio Cremonesi e F. Bovoli

La trama:

Quando Friedrich Amberg riacquista un barlume di coscienza, in una stanza d’ospedale, è come «una cosa senza nome, un essere privo di personalità». Poi, a poco a poco, riaffiorano i primi ricordi: ma nebulosi, frammentari, «del tutto irrilevanti». Finché di colpo, gli eventi delle ultime settimane gli piombano addosso «con violenza indicibile»:è il 1932, lui è un medico, e a gennaio aveva preso servizio a Morwede. Ora ricorda: gli inquietanti segni premonitori durante il viaggio verso quella località della Vestfalia; l’arrivo nel borgo, «oppresso dalla triste monotonia di quel paesaggio»; l’inatteso incontro con l’altera donna cui non aveva mai avuto il coraggio di dichiararsi; e il barone von Malchin, con il suo feroce, anacronistico legittimismo – e il visionario progetto fondato su quella che un tempo era nota come «Neve di San Pietro», in grado di provocare un vero e stravolgimento del mondo.

L’incipit:

Quando la notte smise di tenermi prigioniero, ero una cosa senza nome, un essere privo di personalità, che non conosceva i concetti di «passato» e «futuro». Giacqui, forse per molte ore, o forse solo per una frazione di secondo, in una sorta di rigidità, che si trasformò poi in uno stato oggi non più descrivibile. Potrei definirla una coscienza di me stesso vaga, unita a un senso di piena indeterminazione, ma così facendo ne renderei in modo inadeguato la particolarità e la stranezza. Sarebbe facile dire: galleggiavo nel vuoto, ma sono parole che non significano nulla. Sapevo solo che esisteva qualcosa, ma che quel «qualcosa» fossi io, questo lo ignoravo.
Non so dire quanto durò quello stato e quando affiorarono i primi ricordi. Emergevano e subito tornavano a svanire, non riuscivo a trattenerli: uno però, pur se amorfo come gli altri, fu per me causa di dolore o di paura – mi sentii respirare profondamente, come in preda a un incubo
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L.

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