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re-in-eternoOggi sul mio blog “Non Quel Marlowe” parlo di una curiosa citazione libraria che ha per protagonista questo romanzo: ecco quindi la schedatura completa di un libro molto raro in Italia, uscito esclusivamente in questa edizione della collana “Oscar Fantasy” (Mondadori).
L’illustrazione di copertina è firmata da Greg Hildebrandt.

La scheda di Uruk:

5. Re in eterno (The Once and Future King, 1958) T.H. White (Terence Hanbury White) [ottobre 1989] Traduzione di Maria Benedetta de Castiglione e Antonio Ghirardelli

La trama:

Il mito di Artù, il Re in eterno cui allude il titolo di questo prodigioso romanzo, è tornato da anni alla ribalta della narrativa occidentale. In questa grande saga, infatti, all’elemento tragico e alla sconcertata riflessione sulla fine di un mondo eroico, si unisce prepotente la speranza del futuro, perché nella leggenda celtica Artù non muore ma tornerà un giorno a redimere il suo regno.
Re in eterno (The Once and Future King), il famoso ciclo di T.H. White composto da quattro romanzi uniti nello stesso volume e qui per la prima volta tradotti in italiano, racconta le vicende di Artù dall’affascinante rapporto con il mago Merlino fino ai giorni in cui diventerà il più grande re d’occidente Come ha detto il critico americano Lin Carter: «Il miglior romanzo fantasy dei nostri tempi, anzi il migliore che sia stato scritto in assoluto, è sotto tutti i punti di vista Re in eterno di T.H. White».

L’incipit dell’Introduzione di Giuseppe Lippi:

Scriveva lo studioso di mitologia Joseph Campbell nel suo Eroe dai mille volti che l’uomo contemporaneo, per quanto apparentemente tagliato fuori dal mondo del mito e dalla sua mentalità, rivive inconsciamente (e spesso nei sogni) le situazioni archetipe che stanno alla base dell’elaborazione mitologica. È una verità che ormai tutti accettiamo, soprattutto alla luce degli studi di Jung, ma è un fatto che in questi ultimi tempi tale indispensabile attitudine si è riversata più o meno coscientemente nella letteratura romanzesca. Secoli dopo che gli ultimi poeti-bardi avevano deposto la penna e le armi, nella narrativa occidentale si sono rifatti vivi con prepotenza i cantori di gesta, certo molto diversi tra loro per gusto, finalità e attitudini; ma un’esigenza mitopoietica è il dato comune riscontrabile in molta narrativa che proprio per questo sfugge ai principali canoni estetici del nostro tempo (o almeno ai canoni prefigurati e contemplati dagli esegeti programmatici).
La letteratura del nostro secolo, che alcuni vorrebbero antieroica, disillusa e perfino cinica, non lo è tanto spesso. Può darsi che fra le schiere dei romanzi medi e mediocri che quasi nessuno più legge esistano opere dedicate all’argomento del dolor di pancia o al tremore vigliacchetto, ma ogni capolavoro degno di questo nome è un balzo avanti, una sfida in senso eroico ai limiti paradossali e soffocanti imposti dagli aspetti assurdi dell’esistenza. Non è affatto originale definire “epici” i massimi poeti dell’infelicità, dall’angosciato Kafka a Musil, l’inventore dell’Uomo senza qualità, ma è necessario. E in altri scrittori l’intento di creare una moderna vena mitopoietica è esplicito: si devono qui indicare Joyce e il suo torrenziale Ulisse.

L’incipit del romanzo:

Al lunedì, al mercoledì e al venerdì vi erano Bella Scrittura e Summulae Logicales, mentre il resto della settimana era dedicato a Organon, Ripetizione e Astrologia. L’istitutrice si confondeva sempre con l’astrolabio, e quando era particolarmente confusa se la prendeva con Wart, ovvero Bitorzolo, colpendolo sulle nocche delle dita con una verga. Non colpiva Kay sulle nocche, perché da adulto lui sarebbe diventato sir Kay, il signore di quella terra. Wart veniva chiamato così perché, grossomodo, la parola faceva rima con Art, abbreviazione del suo vero nome. Quel nomignolo glielo aveva affibbiato Kay. Kay si chiamava semplicemente Kay, poiché era troppo nobile per avere un soprannome e sarebbe andato su tutte le furie se qualcuno avesse tentato di dargliene uno. L’istitutrice aveva i capelli rossi e una misteriosa ferita che mostrava a tutte le donne del castello, dietro le porte chiuse, traendone grande prestigio. Si riteneva che si trovasse nel punto dove lei sedeva e che se la fosse procurata sedendosi per errore su un’armatura durante un picnic. Quando, infine, si offrì di mostrarla a sir Ector, padre di Kay, ebbe una crisi isterica e fu licenziata. In seguito si scoprì che era stata ben tre anni in un ospedale per malati di mente.
Nel pomeriggio il programma variava: lunedì e venerdì, arte del torneare ed equitazione; martedì, caccia col falcone; mercoledì, scherma; giovedì, tiro con l’arco; sabato, teoria della cavalleria – con le debite battute da esibire nelle varie circostanze – terminologia e regolamenti della caccia. Chi commetteva un errore al momento della morte o dello squartamento dell’animale, per esempio, veniva fatto piegare sopra il capo di selvaggina morto e colpito di piatto con la spada Cioè veniva “piattonato”. Era un gioco rude, una specie di scherzo, come venire rasati quando si oltrepassava la linea. Kay, tuttavia, non veniva colpito col piatto della spada, anche se sbagliava spesso.

L’autore:

Terence Hanbury White (1906-1967) è nato in India e ha scritto numerosi libri fantastici, tra cui Mistress Masham’s Repose (1964) e The Elephant and the Kangaroo (1947). Ma il suo capolavoro restano i quattro romanzi del ciclo arturiano riuniti in volume unico nel 1958 col titolo The Once and Future King. Da questo famoso bestseller sono stati tratti un musical e i film Camelot e La spada nella roccia.

L.

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