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Preso su eBay questo delizioso secondo titolo della collana “Il Giallo Classico“, appartenente all’epoca in la Garden Editoriale era guidata da Antonio Bellomi.
L’illustrazione di copertina è firmata da Miani.

La scheda di Uruk:

34. Rouletabille e lo zar [Rouletabille 3] (Rouletabille chez le tsar, 1913) di Gaston Leroux [aprile 1992] Traduzione di Patrizia Tosi

La trama:

Di Gaston Leroux vi presentiamo un personaggio famoso ormai entrato nella storia del giallo: il giornalista francese Joseph Rouletabille, abilissimo in ogni genere di indagine poliziesca.
Joseph Rouletabille, inviato in Russia per un servizio sulla situazione politica interna di quel paese, si trova coinvolto in una serie di inspiegabili attentati alla vita del governatore di Mosca, generale Trébassof, mentre sullo sfondo rosseggiano le effervescenze rivoluzionarie dell’inizio di secolo. Chi sarà l’assassino che penetra di notte nella villa delle Isole, per portare il suo messaggio di morte? Si tratta di un attentato nichilista, come tutto fa sospettare, o di un dramma di famiglia? È quanto Rouletabille, aiutato dal capo della polizia, Koupriane, tenta di scoprire, circondato da personaggi ambigui, come Natasha, la figlia del generale, o misteriosi come Matrena Pétrovna, la devota moglie. E, per arrivare alla verità, Rouletabille rischierà addirittura la morte per mano del Comitato Centrale Rivoluzionario, ma grazie alla sua abilità investigativa dipanerà l’oscura ragnatela perfino davanti allo zar.

L’incipit:

Barinia, il giovane straniero è arrivato.
— Dove l’hai sistemato?
— Oh! È rimasto in portineria.
— Ti avevo detto di accompagnarlo nel salottino di Nata- sha: non mi hai capito, Ermolai?
— Scusatemi, barinia, ma il giovane straniero, quando ho voluto perquisirlo, mi ha dato un calcio nella pancia.
— Gli hai spiegato che prima di entrare nella proprietà tutti vengono perquisiti, che è un ordine, e che mia madre stessa vi si sottomette?
— Gli ho detto tutto, barinia, e gli ho parlato della madre della signora.
— E lui che cosa ti ha risposto?
— Che non era la madre della signora. Era arrabbiato.
— E va bene, fallo passare senza perquisirlo.
— Il commissario di polizia non sarà contento.
— Comando io.
Ermolaï si inchinò e scese in giardino. La barinia (padrona di casa) lasciò la veranda dove aveva appena avuto quella conversazione con il vecchio intendente del generale Trébassof, suo marito, e rientrò nella sala da pranzo della sua villa di campagna delle Isole dove l’allegro consigliere dell’impero, Ivan Pétrovitch, stava raccontando ai convitati divertiti la sua ultima burla da Cubat. Era presente una chiassosa compagnia e il meno giocoso non era certo il generale che teneva distesa su una poltrona la gamba non ancora guarita dal penultimo attentato fatale al suo vecchio cocchiere e ai due cavalli pezzati. La burla del sempre amabile Ivan Pétrovitch (un vecchietto irrequieto dalla testa pelata come un uovo) risaliva al giorno prima. Dopo essersi, come diceva lui, rifatto la bocca (perché quei signori conoscono perfettamente la nostra bella lingua francese che parlano come la loro e che usano volentieri per non farsi capire dai domestici), dopo essersi rifatto la bocca con un bel bicchiere di vino di Francia, spumeggiante e scintillante, scoppiò a ridere.
— Abbiamo fatto un sacco di risate, Féodor Féodorovitch: avevamo fatto cantare i cori alla Barque, il ristorante sul battello ormeggiato nel golfo di Finlandia, su una riva del Néva, e poi, partiti gli zingari, eravamo scesi sulla sponda per sgranchirci le gambe e lavarci il viso nell’alba fresca che stava spuntando quando una compagnia di cento Cosacchi della guardia passò di lì. Conoscevo l’ufficiale che la comandava e lo invitai a bere alla salute dell’imperatore da Cubat. Féodor Féodorovitch, quell’ufficiale è un intenditore di marche sin dalla più tenera infanzia e può vantarsi di non aver mai tracannato un bicchiere di vino di Crimea. Al solo nominargli lo champagne, gridò: “Evviva l’imperatore!” Un vero patriota! Ha accettato. Ed ecco di nuovo partiti, vispi come dei ragazzi dal cuor leggero che rievocano storie di scuola. Tutta la compagnia ci seguiva, poi tutta la banda dei compagnoni che suonavano lo zufolo e le vetture dietro, in fila: una vera processione! Davanti a Cubat, ho vergogna a lasciare i compagni ufficiali del mio amico sulla soglia. E così li invito a entrare. E loro, naturalmente, accettano. Ma i sottufficiali avevano sete. Io conosco la disciplina. Sai, Féodor Féodorovitch, che sono sempre stato a favore della disciplina. Perché uno è allegro, in una mattina di primavera, non bisogna tuttavia che dimentichi la disciplina. Ho fatto bere gli ufficiali nel salone del ristorante. Quanto ai soldati, che avevano sete pure loro, hanno libato nel cortile. Così, parola mia, non c’erano incresciose mescolanze. Ma ecco che i cavalli cominciavano a nitrire. Erano dei bravi cavalli, Féodor Féodorovitch che, anche loro, desideravano bere alla salute dell’imperatore. Ma a quel punto ero molto in imbarazzo a causa della disciplina. Il salone, il cortile, tutto era pieno! E non potevo far salire i cavalli nel salottino privato!
«Comunque, feci portare loro dello champagne in secchi ed è stato allora che si è verificata quella spiacevole promiscuità che avrei tanto desiderato evitare, una grande confusione di stivali e di zoccoli dei cavalli che erano certo la cosa più allegra che avessi mai visto in vita mia. Ma i cavalli erano di sicuro i più contenti e ballavano come se avessero messo una torcia sotto il loro ventre e tutti, parola mia, erano pronti a disarcionare i loro cavalieri, per quanto gli uomini non fossero del loro stesso avviso. Alla finestra del salottino privato, noi morivamo dal piacere di vedere un simile caleidoscopio di stivali e di zoccoli che danzavano. Ma i cavalieri hanno ricondotto tutti i loro cavalli in caserma, con un po’ di pazienza, perché i cavalleggeri dell’imperatore sono i migliori al mondo, Féodor Féodorovitch! E quanto abbiamo riso! Alla vostra salute, Matrena Pétrovna!»

L.

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