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Finalmente schedo questo libro trovato su bancarella nell’estate 2016, un vecchio numero della collana “Il Giallo Mondadori” all’epoca della direzione di Alberto Tedeschi.
L’illustrazione di copertina è firmata ovviamente da Carlo Jacono.

La scheda di Uruk:

1326. Il giudice buonanima (Murder in Waiting, 1973) di Mignon G. Eberhart [30 giugno 1974] Traduzione di Carla Merlo
Inoltre contiene il racconto:
Gideon e la banda dell’East End (Gideon and the East Gang, gennaio 1974) di J.J. Marric (John Creasey)

La trama:

Il segnale d’allarme antifurto continua a squillare, stridulo, ossessivo, mentre Bea annaspa nelle tenebre del giardino; e quando lei inciampa, letteralmente, nel corpo riverso a terra del giudice, che è anche il suo tutore, questi riesce a dire solo poche confuse parole, prima di spegnersi. Il microcosmo fatto di sicurezza, di agi, di privilegi in cui Bea è vissuta sin qui pare disintegrarsi, mentre si sgretola la facciata rispettabile presentata dagli amici e dai vicini del giudice assassinato. E con grande sorpresa della ragazza salta fuori un gran numero di persone che «potrebbero» aver desiderato la morte del giudice. Tra queste, anche il medico di famiglia, che è il padre di Rufe, il fidanzato di Bea, e più d’uno che ha qualcosa da nascondere. C’è persino un ex carcerato che ritiene di essere stato angariato dal giudice e ha giurato vendetta. Come se non bastasse, ecco arrivare Lorraine, altra pupilla del morto, la quale, insieme con l’equivoco marito che porta con sé, sembra ben decisa a sfruttare a suo profitto la confusa situazione. La tensione cresce, notte dopo notte, mentre si moltiplicano gli eventi inspiegabili e si allunga l’elenco degli indiziati, finché, alla fine, l’identità del killer sarà rilevata, attraverso uno sconcertante confronto che solo una regista del calibro della Eberhart poteva mettere in scena. Nessuno dei suoi ammiratori si stupirà se soltanto un esiguo manipolo di astuti lettori sarà riuscito a mangiare la foglia prima della parola fine.

L’incipit:

Il corpo inerte del Giudice giaceva nell’ombra. La luce rossa del dispositivo d’allarme, installato sotto il cornicione della casa, lampeggiava sinistramente, illuminando con insistente intermittenza, ogni pochi secondi, il prato, i cespugli e il corpo immobile.
Bea si piegò su di lui. — Giudice, Giudice!
Gemendo, il Giudice cercò di sollevarsi, ma riuscì solo a mormorare: — Il dottore… voglio… Seth… — e morì.
Fasci di luce rossastra continuavano a sfiorare le cime degli alti pini, degli allori lucenti, e il muro di cinta al di là dei cespugli. La sirena d’allarme continuava ad emettere il suo suono rauco.
“Non è possibile che sia morto” pensò Bea, incredula. La mano del Giudice giaceva ora abbandonata. Bea cercò di richiamare alla memoria tutto quello che aveva vagamente appreso sui metodi di rianimazione: muovere le braccia e il busto per far riprendere i battiti del cuore, immettere aria nei polmoni con la respirazione bocca a bocca. Si rendeva conto che sarebbe stato inutile. Quasi automaticamente, tuttavia, tastò il polso, ma dal braccio abbandonato non veniva il minimo segno di vita.
La sirena d’allarme continuava a suonare: era certamente udibile in tutta la zona. Sicuramente anche il dottore l’aveva sentita: la casa dei Thorne era solo cinquanta metri più in là, dall’altra parte della strada. Anche Rufe Thorne doveva aver sentito la sirena, e sarebbe accorso.
Bea udì il rumore di un’auto che procedeva a forte velocità lungo il muro di cinta e che svoltò, piombando subito dopo nel viale di casa Salcott. Anche l’auto aveva una luce rossa che lampeggiava e girava vorticosamente, come quella del sistema d’allarme: era una macchina della polizia. Il sistema d’allarme era collegato con il posto di polizia di Valley Ridge, da dove qualcuno doveva aver ordinato per radio a una macchina di pattuglia di portarsi sul luogo. Bea fece appena in tempo ad alzarsi, incespicando, che già due uomini balzavano fuori dall’automobile. Alla luce dei fari, Bea li poteva distinguere chiaramente. Corse verso di loro, gridando: — Venite qui, presto!
I due uomini la sentirono, si voltarono e corsero immediatamente verso di lei. A lei sembrava di aver gridato, invece la sua voce era risuonata bassa e stridula alle sue stesse orecchie. — Qui, presto… il Giudice è morto!
Tutti e due gli uomini avevano delle pile intermittenti; gliele puntarono addosso, abbagliandola. Il fascio di luce sembrò frugare in ogni piega della vestaglia blu, che Bea si era infilata frettolosamente, non appena l’allarme aveva cominciato a suonare.
Bea gridò di fare in fretta. Forse si era sbagliata; il Giudice era un uomo cosi pieno di energia e di vitalità! Non poteva essere morto.
Uno dei due disse: — Calmatevi, signorina Bartry. Ci siamo noi, ora.
Venivano avanti lentamente, mentre la luce delle pile frugava ogni angolo, illuminando il muro, il folto dei pini e dei lauri e infine… il corpo del Giudice.
Bisognava avvertire Clara. Bea si accorse in quel momento che la porta dello studio, che dava sulla terrazza, era ancora aperta, come l’aveva lasciata. Clara era là; la sua figuretta si stagliava nettamente sulla soglia, illuminata dal chiarore che proveniva dall’interno. — Bea! — chiamò Clara. — Bea! Cosa succede? E’ accaduto qualcosa al Giudice?
Bea si diresse verso di lei. Ora era vicina al dispositivo d’allarme, il cui suono rauco sembrava gridare a tutto il mondo che il Giudice era morto.

L’autrice:

Mignon G. Eberhart (1899-1996), statunitense, si è dedicata alla scrittura ispirandosi ai romanzi di Mary Roberts Rinehart. Maestra indiscussa di quel fi lone del mystery che vede un’eroina in pericolo, ha approfondito l’analisi psicologica dei personaggi con un successo tale da guadagnarle all’epoca la reputazione di “Agatha Christie d’America”. Tra le protagoniste delle sue storie, l’infermiera Sarah Keate e la scrittrice di gialli Susan Dare. Ha vinto lo Scotland Yard Prize nel 1931, il Grand Master nel 1971 e l’Agatha alla carriera nel 1995.

L.

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