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La collana “I Classici del Giallo Mondadori” di aprile (n. 1395) presenta L’occhio di Giuda, di Carter Dickson (John Dickson Carr): la settima impresa di Sir Henry Merrivale.

Il romanzo è apparso in Italia originariamente nel 1974 come numero 1322 della collana “Il Giallo Mondadori” (Mondadori), con la traduzione di Arnaldo Sole. La presente edizione si rifà però alla ristampa del 1992 (l’ultima finora in Italia), nel numero 655 de “I Classici del Giallo Mondadori”, quando il romanzo viene ritradotto da Mauro Boncompagni.

La scheda di Uruk:

1395. L’occhio di Giuda [Sir Henry Merrivale 7] (The Judas Window, 1938) di Carter Dickson (John Dickson Carr) [aprile 2017] Traduzione di Mauro Boncompagni
Inoltre contiene il racconto:
Una piccola bara di cartone, di Luca Di Gialleonardo

La trama:

Uno strano appuntamento attende James Answell, invitato a conoscere il futuro suocero. In uno studio che sembra una camera blindata, con finestre sbarrate da imposte solide come acciaio. Tappezzeria scura, una scrivania moderna, un caminetto di marmo bianco. E sopra il caminetto, come unico elemento decorativo, tre frecce disposte a triangolo. Le frecce sono vecchi trofei, ma ancora utilizzabili; magari per uccidere un uomo, fa notare l’anziano padrone di casa. Parole tragicamente profetiche. Perché, nel sorseggiare un whisky e soda evidentemente drogato, Answell perde i sensi, e al risveglio si trova davanti il cadavere del mancato suocero, trafitto proprio da una delle frecce ornamentali. Difficile evitare un’accusa di omicidio, dato che la stanza in cui l’inspiegabile delitto ha avuto luogo era chiusa dall’interno. Ma lui è innocente, e solo l’avvocato sir Henry Merrivale potrà salvarlo. Dimostrando che la chiave del rebus, insieme all’identità dell’assassino, si cela nel misterioso occhio di Giuda.

L’incipit:

La sera di sabato 4 gennaio, un giovane che intendeva sposarsi andò in una casa di Grosvenor Street per conoscere il suo futuro suocero. Non c’era nulla di particolarmente notevole nel nostro giovane, a parte il fatto che, dal punto di vista economico, se la passava meglio di molti altri. Jimmy Answell era un tipo robusto, buono di carattere e biondo. Una persona alla mano, di quelle che piacciono alla gente. Non c’era traccia di malizia in lui. Il suo hobby, come il vostro e il mio, era leggere romanzi polizieschi. Qualche volta beveva un po’ troppo e qualche altra volta si comportava stupidamente, come capita anche a voi e a me. Ma tutto sommato, come erede del patrimonio della madre defunta, poteva essere considerato un partito molto appetibile.
Sarà bene tenere a mente questi fattori nel caso del delitto delle frecce dipinte.
Ecco i fatti che stavano dietro la visita di Jimmy Answell al numero 12 di Grosvenor Street. Durante un party natalizio nel Sussex, Answell aveva conosciuto Mary Hume. Il loro incontro fu il classico colpo di fulmine. Si misero a parlare d’amore appena dodici ore dopo essersi conosciuti, e il giorno di Capodanno erano già fidanzati. Sulla scia dell’entusiasmo, il cugino di Answell, ovvero il capitano Reginald, che li aveva presentati, tentò di farsi prestare cinquanta sterline. Answell consegnò a Reg un assegno di cento sterline e commise altre pazzie del genere. Mary comunicò per lettera la notizia del fidanzamento al padre, che fece pervenire le sue congratulazioni.
Tutto questo era molto gratificante. Il signor Avory Hume, membro del consiglio direttivo della Capital & Counties Bank ed ex funzionario della filiale di St James della medesima banca, non era tipo da prendere alla leggera una cosa del genere. Di lui si poteva dire che era al tempo stesso corretto e sospettoso, e questo sin dall’inizio della sua carriera in una piccola città del Nord. Perciò, quando fu costretto a lasciare per un giorno il Sussex per recarsi a Londra per affari, Jim Answell pensò di fare un salto dal suo futuro suocero il più in fretta possibile. C’era solo una cosa, però, che non riusciva a capire. Quando Mary lo aveva accompagnato alla stazione, verso le nove del mattino, il suo viso era bianco come un lenzuolo.

L’autore:

Carter Dickson, pseudonimo di John Dickson Carr (1906-1977), statunitense, è uno dei grandi nell’Olimpo della narrativa poliziesca. I suoi romanzi sono caratterizzati da intrecci ingegnosi, atmosfere fantastiche e una buona dose di humour. Ha vinto l’Edgar nel 1949 e nel 1969 e il Grand Master nel 1962. Creatore del dottor Gideon Fell e di sir Henry Merrivale, è considerato il maestro degli “enigmi della camera chiusa”.

L.

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