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Il numero di aprile 2017 della collana “TimeCrime” (Fanucci) presenta un nuovo thriller di un maestro del genere.

La scheda di Uruk:

La canzone delle ombre [Charlie Parker 13] (A Song of Shadows, 2015) di John Connolly [6 aprile 2017] Traduzione di Fabio Bernabei

La trama:

In convalescenza in una cittadina del Maine in seguito alle ferite provocate da un colpo d’arma da fuoco che stava per costargli la vita, il detective Charlie Parker fatica a superare le angosce legate all’esperienza drammatica recentemente vissuta. La clinica in cui è ricoverato ospita una vedova di nome Ruth e la giovane figlia di lei, Amanda, donne tormentate e sfuggenti, testimoni e vittime di un passato tragico che risale agli anni della Seconda guerra mondiale e a una città polacca, Lubsko, dove sorgeva un campo di concentramento nazista. Indagare sul loro trascorso per Parker significa dissotterrare segreti atroci e rievocare crimini inauditi e lontani. Ruth e Amanda sono in pericolo, minacciate da qualcuno che non ha sopportato l’affronto della loro sopravvivenza e che, come un’ombra, è tornato dalle tenebre del passato per reclamare il proprio tributo di sangue. Ferito nel corpo e nell’anima, il detective dovrà fare appello alla determinazione e all’acume che gli restano e che, sebbene messi a dura prova, rappresentano la sola possibilità di salvezza delle due donne.
Una nuova indagine per il detective Charlie Parker, la dolorosa discesa negli abissi più tormentati della psiche umana.

L’incipit:

Inverno esanime, autunno agonizzante, estate in attesa dietro le quinte.
La città di Boreas iniziava lentamente a trasformarsi: chiusi d’inverno, gli autonoleggi venivano riaperti e puliti, la gelateria ordinava le forniture, negozi e ristoranti si preparavano per l’arrivo dei turisti. Solo sei mesi prima i titolari contavano gli incassi per capire quanto dovessero stringere ancora la cinghia pur di sopravvivere, perché ogni anno sembrava lasciarli con qualcosa di meno nelle tasche e la fine della stagione sollevava lo stesso interrogativo di sempre: tiriamo avanti o vendiamo tutto? Così, adesso, chi rimaneva in piedi era pronto a gettarsi di nuovo nella mischia, seppure il cauto ottimismo dell’anno prima non fosse ancora evidente, e v’era chi mormorava che ormai era svanito per sempre. Forse l’economia mostrava segni di ripresa, ma Boreas sembrava impantanata in un costante declino: un vano trascinarsi nel nulla, una morte lenta e penosa. Era una città moribonda, un ecosistema cagionevole, eppure molti sceglievano di rimanere. Anche perché dove altro potevano andare?
Il Sailmaker Inn di Burgess Road, per contro, restò chiuso, la prima volta in più di settant’anni che la vecchia dama degli hotel di Boreas non avrebbe riaperto le porte per accogliere i turisti in arrivo per la stagione estiva. La decisione di mettere in vendita il Sailmaker era stata presa solo la settimana prima. I proprietari – terza generazione della famiglia Tabor a gestire la locanda – erano tornati dal loro ritiro invernale per preparare il locale a ricevere gli ospiti e qualcuno degli stagionali si era già sistemato negli alloggi sul retro della struttura. Il prato era stato falciato, la polvere tolta dal mobilio, ma poi, dall’oggi al domani, i Tabor avevano riflettuto sullo stato della loro attività, deciso che no, non ce la facevano davvero più e annunciato che alla fine non avrebbero riaperto. Da buon cattolico, Frank Tabor disse che prendere quella decisione era stato come andare a confessarsi ed essersi liberato dal peso dei suoi peccati. Così adesso poteva andare in pace e smettere di affliggersi.
La chiusura del Sailmaker suonava come l’ennesima campana a morto per la città, un ulteriore segno tangibile del suo declino. I turisti erano andati diminuendo nel corso degli anni – e l’età media si era innalzata a ritmo costante, perché v’erano ben poche attrattive per i giovani – ed erano sempre più le case estive messe in vendita; dapprima, sull’onda di un immotivato ottimismo, a prezzi alti, ma il tempo e la necessità li avevano spinti lentamente al ribasso, a un livello più realistico. Tanto che Bobby Soames, l’agente immobiliare del posto, poteva citare all’impronta almeno cinque case che erano sul mercato da due o più anni. Ormai i proprietari vi avevano rinunciato, e adesso non erano né case per le vacanze né abitazioni per i residenti. Erano tenute in vita solo dal lento gocciolio dei caloriferi in inverno e dal rapido sgambettare delle cimici in estate.

L.

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