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La strepitosa collana “Darkside” della Fazi Editore porta oggi in libreria la seconda impresa letteraria di Ian Manook: Tempi selvaggi.

La scheda di Uruk:

15. Tempi selvaggi [Yeruldelgger 2] (Les Temps sauvages, 2015) di Ian Manook [11 maggio 2017] Traduzione di Maurizio Ferrara

La trama:

È inverno inoltrato e la steppa è avvolta nella morsa dello dzüüd: le temperature si aggirano sui meno trenta, un vento gelido imperversa e il paesaggio è spazzato da tormente di neve. Sembra di respirare vetro. È la leggendaria sciagura bianca, che al suo passaggio lascia dietro di sé una scia di cadaveri. Milioni di vittime, uomini e animali. Da un cumulo di carcasse congelate, incastrata fra un cavallo e una femmina di yak, sbuca la gamba di un uomo. È solo il primo di una serie di strani ritrovamenti. Nel frattempo, in un albergo di Ulan Bator, viene assassinata la prostituta Colette, delitto del quale è accusato proprio il commissario Yeruldelgger. E poi c’è la scomparsa del figlio di Colette, le cui tracce porteranno il commissario fino in Francia, in una fitta trama di giochi di potere dei servizi segreti, loschi affari dei militari e corruttela della politica. Yeruldelgger non ha più niente da perdere ed è pronto a uccidere. Il fuoco va sconfitto col fuoco, proprio come si fa quando scoppiano gli incendi nella steppa: si creano muri incendiari. E intanto, la neve continua a ricoprire la Mongolia…
Secondo capitolo della trilogia di Yeruldelgger, Tempi selvaggi non deluderà le aspettative. Il commissario più amato del momento è tornato.

L’incipit:

Infagottata in un parka polare, l’ispettrice Oyun tentava di capire come fossero concatenati i fatti. Si era accoccolata sulla neve che scricchiolava e si era chinata per vedere meglio. Il freddo le tagliava le pupille e l’aria glaciale le graffiava i seni nasali ogni volta che inspirava. Era come respirare frammenti di vetro. Attorno a lei, un altro terribile dzüüd vetrificava la steppa immacolata. Per il terzo anno consecutivo, la “sciagura bianca” colpiva il paese. Inverni polari troppo lunghi che subentravano a estati torride troppo brevi. Parecchi giorni di tormente di neve tali da non vedere più la yurta, da smarrirsi per morire congelati, in piedi, a circa un metro dalla porta. Poi cieli azzurri come lacche traforate da un piccolo sole bianco sopra un paese rappreso dal ghiaccio. Oyun non aveva memoria di un simile dzüüd nella sua infanzia. Il primo di cui si ricordava risaliva al 2001. Un inverno così rigido e lungo che in tutto il paese erano morti sette milioni di animali. E aveva sempre in mente l’immagine di quelle migliaia di nomadi che, ancora fieri e robusti pochi mesi prima, erano andati a mendicare e a morire in silenzio, intirizziti, nelle fogne di Ulan Bator. Gli uomini avevano perso i loro cavalli, le donne i loro yak e le loro capre, i bambini i loro agnelli e persino i loro cuccioli. Quell’inverno aveva ucciso in Mongolia molta più gente di quanta ne avessero ucciso, a settembre, gli aerei delle torri di Manhattan. E altri dzüüd, nei due anni successivi, avevano decimato quello che restava delle mandrie indebolite. C’erano le “sciagure nere”, le estati infuocate che cuocevano in profondità le terre screpolate, e le “sciagure bianche”, quando la neve seppelliva la steppa sotto una crosta di ghiaccio. Le due sciagure lasciavano le mandrie disorientate durante l’inverno. Gli animali si sparpagliavano alla ricerca di qualcosa da brucare, si perdevano e morivano di fame e di freddo. Poi, a primavera, venivano ritrovate le loro carcasse scarne, con la pelle conciata dalla neve, a migliaia. Persino a milioni, quando un dzüüd univa in una sciagura ancora più grande le due sciagure, la nera e la bianca.

L’autore:

Ian Manook, giornalista, editore e romanziere, vive a Parigi. Ha esordito con Yeruldelgger, Morte nella steppa, pubblicato nel 2016 da Fazi Editore e primo di una trilogia con lo stesso protagonista. Pluripremiato e adorato dai lettori e dalla critica, Yeruldelgger è un vero e proprio fenomeno.

L.

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