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Trovato su bancarella questo splendido numero d’annata della collana “Il Girasole. Biblioteca Economica Mondadori“.

La scheda di Uruk:

102. Il segno dei quattro (The Sign of Four, da “Lippincott’s Monthly Magazine”, febbraio 1890) di Sir Arthur Conan Doyle [novembre 1958] Traduzione di Maria Gallone

La trama:

La famosa coppia Sherlock Holmes-Watson dimostra, oltre a tutto, il proprio affiatamento nel risolvere un affare complesso e drammatico. C’è un “malloppo” che viene dall’india, un tesoro che, se ritrovato, potrebbe rappresentare la fortuna di una città, tanto è consistente. Tuttavia, pur se il mondo esotico e imprevedibile dell’Oriente ha cosi grande parte nella vicenda, il fulcro dell’azione è a Londra, in particolare sul Tamigi, dove si svolge un memorabile inseguimento fra due potentissime lance a vapore. In queste pagine di tensione e di guerra dei nervi, ancora una volta rifulge la personalità del poliziotto-gentiluomo Sherlock Holmes, che, con un superiore sorriso, concede ai funzionari di Scotland Yard gli onori dei casi da lui risolti.

L’incipit:

Sherlock Holmes tolse una bottiglia dalla mensola del caminetto e una siringa ipodermica da un lucido astuccio di marocchino. Con le sue lunghe dita, bianche e nervose, avvitò all’estremità della siringa l’ago sottile e si rimboccò la manica sinistra della camicia. I suoi occhi si posarono per qualche attimo pensierosi sull’avambraccio e sul polso solcati di tendini, e tutti punteggiati e segnati da innumerevoli tracce di iniezioni. Infine si conficcò nella carne la punta acuminata, premette sul minuscolo stantuffo, poi, con un profondo sospiro di soddisfazione, ricadde a sedere nella poltrona di velluto.
Da molti mesi, per tre volte al giorno consecutive, assistevo al ripetersi di questa scena, ma ancora non mi ci ero potuto abituare. Anzi, di volta in volta quello spettacolo mi irritava sempre più, e spesso la notte la mia coscienza insorgeva dentro di me e mi rimproverava di non saper trovare il coraggio per protestare. Quante volte mi ero giurato di parlarne apertamente con lui, ma c’era qualcosa nell’aspetto distaccato e noncurante del mio compagno che lo rendeva l’ultimo uomo col quale fosse possibile azzardarsi a usare una libertà qualsiasi. Le sue immense doti, i suoi modi dominatori, e la mia esperienza delle sue straordinarie capacità mi rendevano estremamente cauto e restio a contrariarlo.
Tuttavia quel pomeriggio, fosse il Beaune che avevo bevuto a colazione, o l’eccesso di esasperazione che l’estrema sicurezza dei suoi gesti aveva provocato in me, capii a un tratto che non sarei più stato capace di continuare a tacere.
«Be’, di che cosa si tratta quest’oggi?» domandai « di morfina o di cocaina?»
Alzò languidamente gli occhi dal vecchio volume in caratteri gotici che da poco aveva aperto davanti a sé.
«Di cocaina» mi rispose «in una soluzione al sette per cento. Vorrebbe provarla anche lei?»
«No, grazie» replicai in tono asciutto. «La mia salute non si è ancora completamente rimessa dalla campagna afgana, e non posso permettermi il lusso di strapazzarla inutilmente.»
Holmes sorrise di fronte a tanta irruenza. «Forse lei ha ragione, Watson» osservò. «Temo che, fisicamente parlando, l’influenza della cocaina sia perniciosa. Ma io la trovo trascendentalmente così stimolatrice e chiarificatrice dell’intelletto che a parer mio la sua azione secondaria è del tutto trascurabile.»

L.

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