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La Marsilio porta in libreria un’altra indagine dell’ispettore Chen.

La scheda di Uruk:

Il poliziotto di Shanghai (Becoming Inspector Chen, 2016) di Qiu Xiaolong [6 giugno 2017] Traduzione di Fabio Zucchella

La trama:

Come nasce la leggenda dell’ispettore Chen? Com’è possibile che «un poliziotto soltanto di nome in mezzo a tutti gli altri poliziotti veri» diventi il tutore della legge più affascinante (e temuto) di Shanghai? Chen Cao, proprio come molti suoi coetanei, è un giovane traumatizzato dalle violenze subite durante la Rivoluzione Culturale maoista. Ma per un beffardo scherzo del destino – e della burocrazia – si ritrova assegnato al dipartimento di polizia di Shanghai. Lui, il poeta idealista e sognatore, laureato in letteratura e ammiratore fervente di T.S. Eliot, nonché inguaribile buongustaio, è ora un poliziotto riluttante, destinato a far rispettare la legge. Ma è davvero così? Oppure sono gli interessi del Partito ad avere sempre e comunque la precedenza sopra ogni altra cosa, perfino sulla giustizia?
Ne Il poliziotto di Shanghai, Qiu Xiaolong ricostruisce i traumi di un passato ineludibile che torna continuamente a gravare su un presente carico di incertezze. Tra delizie gastronomiche e raffinate rimembranze poetiche, anche questo nuovo libro dello scrittore cinese, da tempo stabilitosi negli Stati Uniti, rappresenta un indizio cruciale per decifrare quel rebus enigmatico che è la nuova superpotenza asiatica, per far luce sul volto più segreto di quel «socialismo con caratteristiche cinesi» in cui i destini individuali sono perennemente in balia dei mutamenti politici.

L’incipit:

n Cina, all’inizio della Rivoluzione Culturale, una delle scene più comuni era quella della “critica rivoluzionaria di massa” inscenata contro i “nemici di classe”.
Pur essendo diffuso in tutto il paese, di questo movimento non esisteva una definizione ufficiale. Innanzitutto non si trattava di una “critica” nel vero senso della parola, perché più che altro consisteva in una forma di pubblica denuncia, e nella conseguente umiliazione subita dal bersaglio della critica. Tra le motivazioni che di solito venivano attribuite a questa pratica, c’era quella di chiamare a raccolta il proletariato e di demoralizzare i “nemici di classe”, ma la cosa poteva essere interpretata a vario titolo. Alla luce della teoria di Mao sulla lotta di classe, il conflitto tra socialismo e capitalismo doveva proseguire ininterrotto fino alla realizzazione finale del comunismo. Di conseguenza, alla fine degli anni Cinquanta i nemici di classe del proletariato comprendevano i proprietari, i ricchi latifondisti, i controrivoluzionari, i cattivi soggetti e i destrorsi. Poi, durante la Rivoluzione Culturale la categoria si estese ai capitalisti, agli intellettuali irriducibili, ai contro-rivoluzionari storici e a tutti quei soggetti che avevano imboccato la strada del capitalismo, una nuova definizione coniata all’epoca e che si riferiva a quei funzionari del Partito che avevano deciso di “seguire la strada del capitalismo contro il presidente Mao”. Insomma, tutti costoro rappresentavano la classe dei nemici del popolo e di conseguenza diventavano il bersaglio della dittatura del proletariato.
Di regola, durante una di queste sedute di critica rivoluzionaria il nemico di classe era costretto a sfilare fino a un palco o in uno spazio aperto sotto un grande ritratto di Mao, a capo chino in segno di pentimento e con il collo gravato da una lavagna su cui era scritto il nome del colpevole barrato da una croce; oppure, talvolta, con la testa ricoperta da un alto cappello di carta bianca che simboleggiava gli spiriti maligni dell’aldilà. Sul palco, i membri delle organizzazioni come le Guardie Rosse (nelle scuole) o i Lavoratori ribelli (nelle fabbriche, ma anche lì venivano abitualmente chiamati Guardie Rosse) si producevano in indignate denunce durante le quali il pubblico formato dalla massa rivoluzionaria rispondeva urlando slogan e sollevando i pugni in aria. Un caso concreto può servire da esempio: Liu Shaoqi, il presidente della Repubblica Popolare Cinese, all’epoca considerato l’arcinemico di Mao Zedong, presidente del Partito comunista, fu costretto ad affrontare una critica di massa di quel tipo, mentre la moglie, Wang Guangmei, venne umiliata al suo fianco e obbligata a indossare un abito di foggia mandarina strappato che ne metteva in mostra il petto, mentre sul collo un giro di perle formato da palline da ping pong simboleggiava, assieme al vestito, la decadenza borghese. Di lì a poco Liu Shaoqi sarebbe morto, ma la sua vicenda non fu tra le peggiori. Al culmine dell’infuriare delle critiche rivoluzionarie di massa, alcuni dei nemici di classe vennero selvaggiamente picchiati e morirono in conseguenza delle percosse.

L’autore:

Qiu Xiaolong, scrittore e traduttore, è nato a Shanghai e dal 1989 vive negli Stati Uniti, dove insegna letteratura cinese alla Washington University di Saint Louis. Oltre ai dieci episodi della serie dell’ispettore Chen, di Qiu Marsilio ha pubblicato i due romanzi che raccontano le storie del Vicolo della Polvere Rossa.

L.

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