La collana “Il Giallo Mondadori” di giugno (n. 3156) presenta La crociata di Falconer di Ian Morson.

La scheda di Uruk:

3156. La crociata di Falconer (Falconer’s Crusade, 1994) di Ian Morson [giugno 2017] Traduzione di Angelo Petrella
Inoltre contiene il racconto: Sorriso di morte, di Massimo Lunati

La trama:

Oxford, 1264. Lo studente Thomas Symon, appena arrivato all’università, riceve un inatteso benvenuto imbattendosi nel cadavere di una ragazza dalla gola squarciata. Fortuna vuole che, prima di ritrovarsi accusato del delitto, venga portato in salvo dal maestro reggente William Falconer. Pur menomato da una vista molto debole, Falconer è un detective ante litteram. Allievo di Roger Bacon, da lui ha appreso che la scienza è materia d’indagine e non di mera speculazione verbale. E ora ha un caso di omicidio sul quale esercitare le sue facoltà. La vittima, uccisa in una serata di nebbia fittissima, non può aver incontrato casualmente il suo destino. L’agguato dev’esserle stato teso con premeditazione: opera di un comune ladro o altre forze oscure sono in gioco? In un’era cupa e turbolenta, sull’orlo di una guerra civile tra il sovrano e i suoi oppositori aristocratici, non gli sarà facile affermare la supremazia della ragione. Fedele ai dettami del suo mentore, cercherà di confermare ogni teoria tramite l’osservazione. Senza mai dimenticare che, per risolvere l’enigma, più che avere buoni occhi conterà la logica aristotelica.

L’incipit:

Il gelo gli penetrò fin dentro le ossa. Erano a Roma, in un palazzo di pietra dall’aria cupa. Amaury de Montfort rabbrividì e si strinse nella pelliccia. Sporgendosi sulla tavola, agguantò il dolce offerto dall’Inglese.
— Siete malato, mio signore?
— Solo un lieve raffreddore. Due anni di prigione saracena ce ne mettono a evaporare dal corpo.
Affondò i denti nel succulento marzapane e il sapore di zucchero e mandorle lo fece sbavare. La saliva gli gocciolò fin sulla barba, brizzolata per gli anni di prigionia. Rabbrividì una seconda volta e l’altro uomo, dallo sguardo austero e solerte, si chinò verso la candela. Quando il volto si spostò nel cono di luce, a De Montfort parve di scorgervi un’espressione di disprezzo. Sbatté le palpebre e guardò di nuovo, scorgendovi però solo la consueta maschera di solennità. S’infilò il resto del dolce in bocca e fece per agguantare una mela.
L’Inglese lo precedette. — Prendete questa, conte. È la più matura; il cibo non sarà stato dei migliori, nel carcere saraceno…
— Non lo chiamerei esattamente “cibo”. Quello che ci davano era più simile a sbobba per maiali.
De Montfort diede un morso alla mela, però una fitta alle viscere lo ammonì che stava esagerando. Eppure, era meglio soffrire di indigestione che per il digiuno, pensò. Ma un istante dopo arrivò un’altra fitta, questa volta più violenta, che lo fece contorcere sulla sedia di legno.
— Mio signore, ho paura che siate malato.

L.

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