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Alle prime bancarelle estive ho trovato questo “Fantasy Inverno 1993“, numero speciale uscito come supplemento alla testata “Urania Fantasy” (Mondadori) n. 66.
Rimane un mistero la scritta in copertina: visto che sono semplicemente tre romanzi… perché scrivere “2 romanzi e un’antologia”?

L’illustrazione di copertina “frazetteggiante” è firmata da Attila Hejja.

La scheda di Uruk:

Inverno Fantasy 1993. Spade per la gloria, di Gardner Francis Fox [novembre 1993]
Kyrik contro il Mondo dei Demoni [Kyrik 2] (Kvrik Fights the Demon World, 1975) Traduzione di Carla Meazza
Kothar, barbaro spadaccino [Kothar 1] (Kothar, Barbarian Swordsman, 1969) Traduzione di Carla Meazza
Kothar e l’uccisore di maghi [Kothar 5] (Kothar and the Wizard Stayer, 1970) Traduzione di Anna Gibillaro

La trama:

Prima che il mondo civile fosse inventato, prima della società di massa, il mondo era… non sappiamo come, ma possiamo immaginarlo. Certo non abbiamo la pretesa di improvvisarci storici e archeologi, ma con l’aiuto dell’immaginazione possiamo andare parecchio lontano. E oltretutto, possiamo mescolare liberamente gli avvenimenti, le epoche, gli stili… Per esempio, possiamo supporre che prima della storia a noi conosciuta fiorissero reami poi sepolti dall’oblio, città splendenti finite in macerie o coperte dagli abissi del mare, regni ambiziosi e potenti quanto Atlantide era un sogno di là da venire. In uno scenario di questo genere – estremamente fantastico ma convincente – si muovono Kothar e Kyryk, gli eroi dalla lunga spada di Cardner F. Fox, uno dei più prolifici autori di fantasy degli anni Sessanta e Settanta, seguace della colorita tradizione avventurosa di Robert E. Howard e del barbaro Conan. Anche Kothar e Kyryk, i protagonisti dei tre volumi che abbiamo raggruppato in questa strenna, sono in un certo senso barbari, avventurieri che vagano in mondi pericolosi in cerca della fortuna, di preda e di donne bellissime. Ma le loro avventure sanguinose e magiche, a contatto di mostri e negromanti, hanno una modernità e un gusto spiccati che li rendono tra le creazioni più personali della “sword & sorcery” americana.

Il Prologo di “Kyrik contro il Mondo dei Demoni”:

Makonnon alzò le palpebre sugli occhi ancor pieni di sogni. Da cinquecento anni egli giaceva in una morte che non era morte, vagando col pensiero per i mondi che la sua stessa magia aveva creato, costruendo palazzi con la stoffa dei sogni, lasciandosi adorare dai fantasmi usciti dalla propria mente. E ora invece ebbe un fremito, si mosse, e parte della sua coscienza si risvegliò alla vita.
La sua mente brancolava attraverso ere cosmiche, attraverso gli infiniti spazi che lo riconoscevano come Signore. C’era in lui un’inquietudine generata da sensi non più mortali. Sentiva il male pulsare in qualche angolo nascosto di quei reami che egli dominava. Un male minaccioso che osava sfidarlo! Makonnon si svegliò completamente e allora l’inquietudine nella sua mente si trasformò in collera rabbiosa. Chi aveva osato disturbare Makonnon, la cui arte magica era temuta in tutto l’universo? Qualunque cosa fosse, la rappresentazione di quel male andava affrontata e spezzata.
E così Makonnon tornò dagli spazi vuoti ad attraversare quelle terre che l’avevano conosciuto, molti e molti anni prima. Fendendo distanze inimmaginabili, mandò la propria mente a cercare, a setacciare, a caccia della cosa sconosciuta che l’aveva fatto infuriare.
C’era stato un tempo in cui la sua consapevolezza stessa si era ritratta, via da ciò che aveva scoperto. E ora sul limitare di quella negromanzia si fermava, richiamando tutte le proprie forze per penetrare nel regno del male. Non era come gli altri maghi, Makonnon. I suoi poteri, da lungo tempo sepolti nell’oblio, erano divenuti ancor più forti. Quando seppe che cos’era che l’aveva disturbato, provò una furia assoluta, ma provò anche paura. Perché qualcosa di alieno, qualcosa di maledetto, pulsava di vita e andava rafforzandosi, e forse egli stesso non avrebbe potuto far nulla per combatterlo.
Eppure ci avrebbe provato. Avrebbe richiamato attorno a sé tutti coloro che potevano aiutarlo, perché sotto la sua direzione spezzassero quel male che stava generandosi sulla faccia della Terra, il mondo sul quale Makonnon aveva vissuto e aveva praticato le proprie magie, cinquecento secoli prima.

— Illis… Illis dagli occhi di smeraldo… svegliati! Alzati, dolce Illis — mettiti in cammino.
Allora anche Illis si riscosse dai propri sogni…

L’incipit di “Kothar, barbaro spadaccino”:

Il sangue vermiglio macchiava la cotta in maglia di ferro e si era sparso anche sulla chioma bionda, cui conferiva un aspetto spaventoso. Fiottava lento, intenso, da sotto la manica lacerata della casacca di pelle e finiva sulla mano possente che stringeva l’elsa della spada spezzata. Andava infine a macchiare il corto gonnellino di pelliccia, gli stivali da combattimento e infine gocciolava al suolo a ogni passo.
Kothar stava faticosamente allontanandosi dal campo di battaglia, dove decine di uomini giacevano con gli occhi spalancati rivolti al cielo che andava oscurandosi, con le membra rigide. Altri uomini stavano esalando faticosamente il loro ultimo respiro. Lui solo era rimasto in vita, fra i valorosi della Guardia Privata, lui solo stringeva ancora in mano una spada, sebbene fosse una lama spezzata. E già dietro di lui incalzavano i nemici, determinati a finire anche il giovane comandante della Guardia.
Era un giovane grande, muscoloso. Una cascata di capelli biondi incorniciava il viso bruciato dal sole del deserto e dai venti polari. Sotto la pelle liscia si gonfiavano muscoli giganteschi, e normalmente il suo passo era quello deciso ed elastico di un uomo al meglio della propria forma. Un’alta cintura di cuoio gli stringeva la vita ben modellata, da cui ora pendeva un fodero vuoto. E, ora, quella cintura era rossa di sangue.

L’incipit di “Kothar e l’uccisore di maghi”:

Là dove le acque marine lambivano le coste rocciose di Norgundy, vagava un uomo di alta statura. Indossava un mantello nero e calzoni che, nella brezza proveniente dal Mare Esterno, ondeggiavano in maniera strana, come se si contorcessero e fossero vivi. Aveva il passo fermo, lo sguardo brillante. Luthanimor l’Ossessionato perlustrava la spiaggia in cerca di quelle conchiglie viola che gli avrebbero conferito il potere di chiamare a raccolta i demoni degli inferi.
Luthanimor era un grande mago, aveva talento per gli incantesimi e i sortilegi del suo mondo. Ma ora aveva paura; recentemente gli erano giunte alle orecchie strane storie riguardo alla morte di altri negromanti, uomini grandi quanto lui e anche di più nell’arte di condannare un uomo o una donna ai sette inferni di Eldrak o riunire i cacodemoni per distruggere un guerriero o un castello.
— Hastarth, fa’ che li possa trovare — bisbigliò.
Teneva la testa china mentre perlustrava la riva dove giungevano le onde dell’oceano, spumeggiando e gorgogliando, prima di sprofondare nella battigia o spingersi fino alla distesa di sabbia. Con poche di quelle conchiglie viola chiamate myradex avrebbe potuto chiamare a raccolta Omorphon, che gli avrebbe indicato come proteggersi dagli assassini.

L.

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