Sulle prime bancarella dell’estate 2017 ho trovato questo delizioso numero della storica collana mensile milanese “I Romanzi del Corriere“, diretta da Vittorio G. Orlandi.

La scheda di Uruk:

66. Un lupo a Hollywood (The Heart of a Stranger, 1959) di Lionel Olay [1° giugno 1960] Traduzione di S. Carenzio Bonsignore

L’incipit:

La serata dai Rose non sarebbe cominciata prima delle dieci; ma poiché non sapevo come ammazzare il tempo dopo cena, decisi di recarmici prima. Mi chiamo Allan Dallas, ho ventinove anni. Riandando i casi della vostra vita, uno per uno, dovrete confessare voi pure che spesso il perché delle vostre azioni vi vien fatto di spiegarvelo poi. Pensavo appunto questo mentre correvo in auto verso la casa dei Rose, dirigendomi da Sunset alla spiaggia dove era stata fabbricata di fresco. Avevo appena acquistata la mia M.G., ed ero veramente entusiasta del modo con cui la macchina mi rispondeva, quasi fosse una meravigliosa creatura viva nelle mie mani; ma non riuscivo al tempo stesso a liberarmi da una certa apprensione circa il pagamento delle rate. Pagamento che avrei potuto continuare soltanto se avessi continuato il mio nuovo lavoro, un lavoro non ben definito, ma che coinvolgeva tutta la mia vita e per il quale avevo bisogno d’una buona dose di filosofia, che non sapevo se sarei riuscito a conservare a lungo.
La casa di Walter e Judy Rose era un po’ fuori di Sunset, in una via dal nome assai strano: Tiger Tail Road, e dal paesaggio desolato, in mezzo al quale la bella costruzione sbocciava come un’oasi improvvisa. Walter Jack Rose era un pezzo grosso del mondo del cinema, un nome ben noto a chi appena s’interessava di film, e il ricevimento di quella sera era dato per celebrare la società ch’egli aveva formato con Rod Fleischer, per girare una serie di commedie brevi, della durata di circa mezz’ora, scritte e prodotte da Walter e recitate da Rod per la Televisione.
Io entravo nella cosa come «editore», un eufemismo, cominciavo a capire, buono per i camerieri dei caffè, perché in realtà il mio compito non sarebbe stato che quello di rifiutare qualsiasi manoscritto ci venisse presentato, dopo essermi sobbarcato la noia di leggerlo, per non disgustare le varie agenzie con le quali Walter stimava necessario mantenersi in buoni rapporti. Conoscevo Rod da quando eravamo ragazzi a Chicago, e raccontavamo di essere cresciuti insieme. Il che era assai lontano dal vero, ma serviva a mettermi in grado di accettare il ruolo che un simile precedente avrebbe potuto riservarmi. Rod faceva dei film, ed era ormai quasi un divo, ed io da circa un anno gli fungevo da imbonitore.
La serata prometteva bene, e mentre puntavo come una freccia verso la villa cominciavo a sentire quel misto di gusto e d’eccitazione che faceva sempre capolino in me in casi del genere. Tutta bianca, in stile coloniale, a due piani, la villa sorgeva in fondo a un gran viale. Walter, ben piazzato ormai da tempo, era da tre anni soggettista, creatore e produttore associato dei film di Napoleon Jones, che avevano portato Rod alla ribalta della celebrità, conquistandogli il favore del pubblico. Nap Jones, come veniva brevemente chiamato, era il figlio d’un uomo rude, che si era fatto da sé e che lo giudicava troppo grazioso e raffinato. Ma con tutta la sua raffinatezza, Nap riusciva sempre a sgominare i suoi nemici. La solita storia, con la differenza che Walter l’aveva collocata nella cornice d’una piccola città, corredandola di situazioni verosimili. I suoi personaggi erano romantici, o scioccherelli, ma assai raramente falsi. I film avevano avuto un enorme successo, specie nel Midwest dove Nap era ormai un personaggio tradizionale, che Rod impersonava con tanta naturalezza da essere ormai tutt’uno con esso.
Quando il contratto di Walter ebbe termine, egli attese che Rod si liberasse da un altro impegno, poi formò con lui la Judeo Productions con lo scopo di produrre una nuova serie di film per la Televisione. Walter aveva mantenuto la proprietà della sua creazione, e poiché Napoleon Jones era sempre stato impersonato da Rod, la cosa era più che naturale, e non fu difficile trovare chi si prestasse ad avallarla, e una banca che anticipasse i capitali necessari. Rod e Walter si erano riservati una buona percentuale sulla produzione. Per entrambi, avvezzi a laute prebende, questa avrebbe dovuto essere la più lauta che mai si fossero sognati di guadagnare. Per me, invece, avrebbe voluto dire 175 dollari alla settimana, senza nessuna probabilità di migliorare e nessuna prospettiva di far carriera in qualsiasi direzione.
Avevo incontrato già qualche volta Walter negli studi, dove Rod m’aveva presentato a lui come un suo vecchio compagno di scuola, lasciando supporre che la «scuola» fosse stata uno dei più accreditati colleges, nel quale egli aveva poi interrotto gli studi; e l’invito di quella sera doveva essere stata un’idea di Rod, non di Walter, n’ero certo. Rod considerava la sua nuova società come un patto tra due campi ostili, e per questo aveva voluto farmici entrare con la qualifica di editore, per non trovarsi solo, per aver accanto qualcuno dei suoi: la stessa ragione per cui m’aveva ora invitato.
Desideravo comunque conoscere più a fondo Walter: alcuni dei suoi primi film, un po’ sul genere di quelli di Frank Capra, erano davvero riusciti. Saltato fuori come un ragazzo prodigio subito dopo la guerra, era ancor giovane, pur essendo ormai arrivato ad essere un uomo di successo. Ero già stato anche in casa sua un pomeriggio nel quale Rod aveva voluto avermi vicino nel corso d’una delle innumerevoli sessioni preliminari, e ricordavo la tranquilla opulenza del luogo. Sua moglie Judy non era in casa, e Walter, dal viso magro e abbronzato, coi folti capelli d’un grigio lucente, molto simile all’uomo di classe della pubblicità, m’aveva ispirato un sincero desiderio di conoscerlo a fondo.

L.

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