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Vecchio numero della collana “Il Giallo Mondadori Presenta”, curata da Andreina Negretti: questo quinto numero è uscito in supplemento al Giallo n. 1583.

L’illustrazione di copertina è senza firma.

La scheda di Uruk:

5. Piombo, whisky e fiori per l’87° Distretto, a cura di Andreina Negretti [giugno 1979]
Qui, 87° Distretto! [87° Distretto 5] (Killer’s Choice, 1957) – Traduzione di Andreina Negretti
“Savage” calibro 300 [87° Distretto 6] (Killer’s Payoff, 1958) – Traduzione di Andreina Negretti
Date una mano all’87° Distretto [87° Distretto 11] (Give the Boys a Great Big Hand, 1960) – Traduzione di Andreina Negretti

La trama:

Il piombo di un’arma scelta con estrema cura per eliminare un tipo pericoloso, un ricattatore, un essere immorale e amorale, ma di buon gusto, a giudicare dalle donne che gli gravitavano attorno. Il whisky delle bottiglie rovesciate e rotte, a fare, con vino e gin, un lago d’alcool in cui è immerso il cadavere di Annie Boone, una donna la cui personalità composita ne ha fatto una Annie diversa per ogni persona che l’ha conosciuta e frequentata. I fiori di una camera ardente «maledetta», tutti i fiori del mondo per rispondere alle mille domande sul macabro ritrovamento di una mano mozzata, tragico bagaglio di una borsa blu abbandonata a una fermata d’autobus. Tre casi complessi, laboriosi e rischiosi per gli agenti investigativi dell’87° Distretto, tre romanzi che afferrano il lettore con emozioni e sensazioni nuove a ogni pagina attirandolo, irresistibilmente, fino alle soluzioni imprevedibili.

L’incipit dell’Introduzione:

Oriundo italiano, figlio di un portalettere, nato a New York il 15 ottobre 1926, impiegato alla Public Library di New York e studente serale di una scuola di belle arti, pianista in orchestrine di provincia, servizio in Marina dal 1944 al 1946, sei mesi di insegnamento in due scuole superiori, impiegato presso una agenzia letteraria, scrittore di successo.
Questo è il curriculum di Evan Hunter, consacrato romanziere di fama mondiale da «Il seme della violenza», da cui fu tratto un film indimenticabile con Glenn Ford e Sidney Poitier, e che scatenò lunghe e accese polemiche per i suoi contenuti di spietata denuncia contro l’inadeguatezza dei sistemi di educazione nelle scuole statunitensi.
Ed è anche il curriculum di McBain, pseudonimo con cui Evan Hunter firma i suoi romanzi gialli.
Il suo primo mystery con l’ormai famoso 87° Distretto è «L’assassino ha lasciato la firma», del 1956. Da allora sono stati pubblicati trentadue gialli con l’87° Distretto, e da allora l’autore non ha mai avuto uno scadimento e non ha mai dato segni di stanchezza. I suoi gialli sono qualcosa di più e di meglio dei polizieschi consueti. Sono immagine cruda e vera della vita americana, sono originalità d’intreccio e acuta penetrazione psicologica, sono rispetto rigoroso del meccanismo giallo al servizio di eccezionali capacità d’inventiva e di uno stile personalissimo, sono campionario di una umanità fitta e minuta, fatta di personaggi autentici e vivi, una massa di aggressori e di aggrediti manovrata dalla maestria difficilmente superabile del suo creatore, che sa muovere vittime e colpevoli, poliziotti e criminali, su una scacchiera ogni volta diversa ma sempre specchio di una realtà quotidiana sociale e individuale.

L’incipit di “Qui, 87° Distretto!”:

Nel negozio di liquori c’era puzza.
Il pavimento era coperto da schegge di vetro. Schegge lunghe e schegge corte, colli e fondi di bottiglie tutti a spunzoni, lucidi, scricchiolanti sotto le suole, a dare l’impressione di affondare i piedi in uno stagno fatto di vetri rotti. Qualcuno, preso da frenesia distruttrice, aveva spazzato con la mano gli scaffali. Whisky da diciotto dollari e vino da venticinque cents si erano versati sul pavimento, mescolandosi democraticamente nella distruzione totale. L’odore, forte, aggrediva le narici appena si entrava. L’alcool, sparso sull’impiantito, incanalato tra cocci e frammenti, aveva formato pozze di liquido aromatico.
La ragazza giaceva in mezzo ai vetri rotti e al liquido, la bocca semiaperta. Aveva i capelli rossi. Gli occhi, sbarrati e sporgenti nella morte, sembravano troppo grandi in quella faccia. Le avevano sparato quattro colpi nel petto, e il sangue colava ancora dalle ferite andando a confondersi con l’alcool. I capelli erano lunghi, umidi e scomposti ora, perché lei stava con la faccia premuta sul pavimento, e i capelli, i vestiti, il corpo, erano impregnati d’alcool.
Parlare dentro al negozio presentava qualche difficoltà. Non c’era un solo poliziotto tra quelli presenti al quale non piacesse un bicchiere, di tanto in tanto. Ma dentro il negozio, nonostante che la porta fosse aperta e soffiasse l’aria dolce di giugno, l’esalazione dell’alcool era eccessiva. L’odore prendeva al naso, e poi alla gola e ai polmoni fino a causare un leggero stordimento.

L’incipit di “”Savage calibro 300”:

Poteva sembrare una sera del 1937.
Se fosse stato quell’anno la sera di fine giugno sarebbe stata pressa poco uguale, coi marciapiedi lavati dalla pioggia sottile, e l’asfalto lucente, sotto le insegne luminose rosse e verdi. Nonostante la pioggia, nell’aria ci sarebbe stato il caratteristico profumo degli alberi in fiore. E la fragranza delle gemme che stavano sbocciando si sarebbe mescolata, anche nel 1937, al profumo delle donne che passavano per la strada, all’odore della gente e delle macchine, all’immutabile sapore notturno della città.
Certo gli abitanti sarebbero stati diversi, le gonne femminili un po’ più corte, e le giacche maschili avrebbero magari avuto un piccolo colletto di velluto. Le automobili, spigolose e nere. Sì, ci sarebbero state piccole differenze, ma una città non cambia molto col passare degli anni, perché una città è soltanto un’accozzaglia di esseri umani, e l’essenza umana non ha età.
L’automobile che svoltò l’angolo, l’avrebbe fatto nello stesso modo anche nel 1937.
L’uomo che camminava sul marciapiede non sollevò lo sguardo quando i pneumatici stridettero nel compiere la svolta. Era un cittadino, abituato alla città, e lo stridio dei pneumatici non costituiva per lui un suono insolito. Camminava in modo disinvolto, e indossava abiti eleganti e costosi. Camminava con la sicurezza di chi sa che tutto va bene, e la certezza di dominare la situazione.

L’incipit di “Date una mano all’87° Distretto”:

Pioveva.
Ormai erano tre giorni che pioveva, una noiosa pioggia di marzo che sbiadiva i colori della primavera vicina, in un grigio monocromo e persistente. Il bollettino meteorologico della televisione aveva previsto con esattezza che oggi sarebbe piovuto e annunciato che, forse, sarebbe piovuto anche il giorno dopo. Non si erano fidati, però, a esprimere un’opinione per i giorni seguenti.
All’agente di pattuglia Richard Genero, comunque, pareva che piovesse da sempre, e che avrebbe continuato a piovere per sempre, e che, alla fine, lui sarebbe colato via, nel canale di scolo, dopo di che le fognature di Isola l’avrebbero scaricato, senza tante cerimonie, assieme agli altri rifiuti o nel River Harb o nel River Dix. Finire nel fiume che passava a nord di Isola o in quello che scorreva a sud, non faceva differenza: tutti e due i corsi d’acqua erano pieni di marciume, tutti e due puzzavano di rifiuti umani.
Genero stava fermo all’angolo a sorvegliare le strade semideserte, e gli sembrava di essere uno che se ne sta in piedi, con l’acqua alle caviglie, su una barca che affonda. Il suo impermeabile di gomma era nero e lucido come l’asfalto della strada. Era pomeriggio, ma in giro non si vedeva quasi nessuno, e Genero si sentiva solo e abbandonato. Gli sembrava anche di essere l’unico abitante della città a non avere niente di meglio da fare che starsene in giro a prendere acqua.

L.

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