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Agli inizi degli anni Novanta la collana “Oscar Gialli” ha cominciato ad aumentare la differenziazione grafica a seconda dell’autore pubblicato: quando presentava i romanzi di Woolrich, il re del noir, la copertina diventava tutta nera.

L’illustrazione di copertina è firmata da Dennis Ziemienski.

La scheda di Uruk:

245. L’angelo nero (The Black Angel, da “Libery”, 25 settembre 1943) di Cornell Woolrich [giugno 1991] Traduzione di Laura Grimaldi

La trama:

Il quarto romanzo della “serie nera”, L’ANGELO NERO, presenta una novità assoluta, originale ma al tempo stesso rischiosa: rio narrante è una donna il cui marito è condannato a morte per un delitto che non ha commesso. Dopo un’affannosa ricerca del colpevole attraverso le strade di New York in un crescendo di tensione, il finale arriva stravolto, come una mazzata.

L’incipit:

Mi chiamava sempre “Faccia d’Angelo”. Così mi chiamava quando eravamo soli. Era una cosa speciale, da lui per me. Abbassava la faccia verso la mia e lo diceva piano. E si chiedeva dove l’avessi presa, quella faccia d’angelo. E frasi così, di quelle che i mariti dicono alle mogli.
Poi, all’improvviso, finì. E prima che me ne accorgessi, erano passate settimane dall’ultima volta che l’avevo sentito dire. Aspettai che ricominciasse, chiedendomi come mai non avveniva. Poi anche questo finì.
Il suo abito azzurro mancava dall’armadio, e anche questo era strano. Toccava a me, mandare la roba in tintoria. Frugai più a fondo, fra le grucce, verso sinistra, che era la sua parte d’armadio.
Mancava anche l’abito grigio. E questo era ancor più strano. Due abiti contemporaneamente? Non ne aveva altri, a parte quello che indossava.
Se, prima, non ci fossero già state un paio di cose, sarebbe stato diverso. Si sarebbe trattato semplicemente di due abiti che mancavano dall’armadio. Ma il paio di cose c’erano state. E questo rendeva tutto molto differente.
Una bugia di tanto in tanto, in momenti in cui non ci sarebbe stato bisogno di mentire. Come a proposito della sera che aveva passato con un suo amico a bere una birra di troppo. Niente di male. E gliel’avevo detto. Gli avevo detto: “Non ti ho chiesto niente, Kirk. Sei stato tu a parlarmene”. Poi, solo una settimana dopo, quando quel suo amico aveva fatto un salto da noi e io avevo buttato là una frase scherzosa, riferendomi a quella sera, perché l’amico aveva assunto un’aria così impenetrabile, rispondendo con una frase che non significava niente? Finché Kirk gli aveva dato una piccola gomitata nel fianco, che io avevo finto di non vedere, ma che aveva fatto miracoli sulle sue capacità mnemoniche.

L’autore:

Cornell Woolrich (1903-1968) è uno dei grandissimi del giallo americano. Nei romanzi e racconti scritti nel corso di un’esistenza travagliata, vivendo per anni rinchiuso negli alberghi di Manhattan, ha saputo come nessun altro innestare sui meccanismi del suspense il senso di solitudine dell’individuo in balia di un mondo spietato e incomprensibile, la disperazione per l’amore frustrato, l’angoscia e il puro terrore, che rappresentano la sua cifra inconfondibile. Si è firmato anche con lo pseudonimo di William Irish.

L.

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