Trovato su bancarella – e già rigirato ad un collezionista che saprà apprezzarlo – questo vecchio numero della collana “Opere di Edgar Rice Burroughs” diretta da Rolando Anzilotti, che nel 1972 la Giunti (Bemporad Marzocco) dedicò a ristampe da edicola in versione integrale di questi romanzi d’avventura.

Ricordo che sul mio blog “Il Zinefilo” sto curando un lungo ciclo dedicato a Tarzan al cinema.

La scheda di Uruk:

5. Tarzan e i gioielli di Opar (Tarzan and the Jewels of Opar, 1916) di Edgar Rice Burroughs [28 gennaio 1972] Traduzione di Spina Vismara e R[enato] Caporali

Presentazione di Dino Buzzati:

Art by J. Allen St. John

Gli amici mi danno spesso dello scemo perché mi diverto a leggere certi libri di avventure che di solito leggono soltanto i ragazzi, perché leggo le storie di Paperino, perché leggo i fumetti del brivido e dell’orrore. Mi daranno ancora dello scemo perché mi sono divertito a leggere i primi due libri di Tarzan?
Tarzan lo conoscevo soltanto dai film, più di trent’anni fa, e ne avevo un ricordo molto vago. La versione che mi rimase più impressa era quella con Johnny Weismuller, stupendo fusto d’uomo, che se non mi sbaglio era stato campione mondiale di nuoto. Chi impersonasse Jane, la sua compagna, sinceramente non ricordo.
Il testo originale di Burroughs mi ha fatto un’impressione gradevole. Sono andato dritto fino in fondo. E ho imparato molte cose, prima fra tutte che Tarzan era figlio di un lord, ucciso dalle grandi scimmie nella sua capanna al bordo della grande foresta. Comunque, è una storia costruita molto bene, anzi benissimo, se si pensa che ha quasi sessantanni d’età e sta ancora bella diritta in piedi.
Tarzan, come tutti sanno, è un ragazzo bianco allevato da una scimmiona nel cuore di una tribù di potenti quadrumani. Allenato ai selvaggi cimenti della foresta, diventa un atleta formidabile, più agile perfino dei suoi compagni d’esistenza ; diventa il simbolo stesso della natura nelle sue manifestazioni migliori, anche se l’uccidere per lui non rappresenti il minimo problema morale (ma come poteva essere altrimenti?); diventa l’eroe di una favola, nutrita di ottimismo, che in certe cose può ricordare Kipling (Mowgli non è suo lontano parente?) e in altre Giulio Verne (soprattutto nei personaggi di secondo piano, ad esempio il professore Archimede Porter e il suo segretario Samuele Philander).
Fatalmente candido e sprovveduto per non avere frequentato le scuole, questo eroe è però intelligentissimo, impara da solo a leggere e a scrivere in inglese per mezzo di un abecedario trovato nella capanna di suo padre, imparerà il francese in poche settimane grazie agli insegna- menti dell’amico D’Arnot, e riuscirà perfino a farsi la barba con un coltello da caccia (il che veramente tocca il colmo). Portato nel cosiddetto mondo civile, diventerà in men che non si dica un perfetto gentiluomo, propenso sì, per le vecchie abitudini, a farsi giustizia da sé, ma perfetto nel destreggiarsi a tavola con coltello e forchetta. Riuscirà tuttavia a conservare la freschezza dell’animo, nonché la quasi incredibile prestanza fisica, che ne fa una specie di superuomo.
Ora, nella pagina scritta, Tarzan mi sembra un personaggio più interessante e persuasivo che sullo schermo cinematografico, almeno nei due o tre film che vagamente ricordo.
I grandi eroi delle favole, fin dall’antichità, non soltanto sono bellissimi, coraggiosissimi e fortissimi ma hanno quasi sempre la caratteristica di essere invincibili o invulnerabili. A prima vista questo privilegio dovrebbe renderli odiosi: che bravura c’è a sconfiggere un nemico se non si rischia niente ? Eppure non è così. Il fatto è che i grandi eroi incarnano i sogni, magari ingenui, dell’uomo comune. E per l’uomo comune l’invulnerabilità, l’invincibilità, sono appunto uno dei massimi miraggi, al di là di ogni considerazione morale.
I creatori dei miti, è vero, si sono preoccupati di non esagerare. Cosicché, per salvare la faccia, ai sommi campioni non manca un punto debole, solitamente segreto, per cui una piccola, teorica, possibilità di morte, sussiste. Achille, doveva stare attento a non farsi trafiggere il tallone. Su Sigfrido, spade e frecce si accanivano inutilmente, guai però se lo avessero colpito nella schiena, là dove una foglia, caduta casualmente, aveva impedito che la pelle fosse irrorata dal sangue del drago. E, per venire ai nostri giorni, Superman Nembo Kid, che sfoggia una onnipotenza addirittura scandalosa, può da un momento all’altro perdere i suoi poteri sovrumani ad opera della criptonite.
Esiste però una categoria di eroi meno protetti dagli dèi, ma molto più umani e simpatici, come appunto il nostro Tarzan. Va da sé che in un modo e nell’altro avrà sempre partita vinta, che finirà sempre per trionfare, ma ogni volta rischia la pelle e in certi casi l’avversario, prima di crollare stecchito, lo concia malamente. Insomma ci può far stare col fiato sospeso, anche se sappiamo benissimo che l’autore farà di tutto per evitargli una triste fine.
Avrà Tarzan da leggere la stessa fortuna che ebbe il Tarzan da vedere? Molti anni sono passati da allora. E anche il grande pubblico si è nel frattempo scaltrito, è diventato più scettico e difficile. Ma l’invenzione fonda- mentale è felice e mi sembra possa sempre esercitare una forte presa, nonostante le romantiche sirene ottocentesche dell’Africa Nera siano ormai in completo ribasso. E le droghe di Burroughs, in tanti anni, non hanno preso la muffa. Il suo ritmo narrativo, il taglio del racconto, le sorprese, i colpi di scena, il dosaggio delle tensioni drammatiche, l’alternativa delle gioie e dei dolori, delle speranze e delle delusioni, ancor oggi possono servire di esempio agli specialisti di avventure. Come certe automobili di vecchio modello che, grazie a materie prime quali oggi non si trovano più, funzionano sempre a meraviglia e si lasciano magari indietro le modernissime colleghe che si danno tante arie.

Dino Buzzati

L’incipit:

Il sottotenente Albert Werper era sfuggito per miracolo alla degradazione grazie al prestigio del nome che aveva disonorato. In principio era stato perfino umilmente grato che lo avessero spedito in quello sperduto posto del Congo invece di deferirlo alla corte marziale come aveva così giustamente meritato; ma adesso, sei mesi di monotonia, di spaventosa segregazione e di solitudine avevano prodotto in lui un cambiamento. Il giovane rimuginava continuamente sulla propria sorte. Le sue giornate passavano in una morbosa autocommiserazione che finiva col generare nel suo cervello debole e vacillante un senso di odio per coloro che lo avevano mandato laggiù, per quegli stessi uomini che aveva dapprima ringraziati in cuor suo per averlo salvato dall’ignominia della degradazione.

[In realtà sul cartaceo c’è scritto “ignomia”…]

L’autore:

Edgar Rice Burroughs nacque il 1° settembre 1875 a Chicago dove suo padre, un ex maggiore dell’’esercito nordista, aveva impiantato una produzione di liquori. Nelle varie scuole che frequentò da ragazzo non si distinse mai per il profitto; presentatosi all’esame di ammissione all’accademia militare di West Point fu respinto. Il suo sogno di gloria militare coltivato sin dall’infanzia lo indusse ad arruolarsi, falsificando la data di nascita, nel Settimo Cavalleria (quello già comandato dal famoso generale Custer) che operava contro gli Apaches in Arizona e nel New Mexico. Vi rimase solo un anno, perché il padre riuscì a fare annullare l’irregolare arruolamento.
Rientrato nella vita borghese, Edgar Rice Burroughs fece molti mestieri senza affermarsi od avere fortuna in alcuno: cowboy nell’Idaho, cercatore d’oro nell’Oregon, vigile urbano a Salt Lake City, agente di polizia ferroviaria, commesso viaggiatore, venditore di appunta-lapis, ecc.
Fu a Chicago nel 1911 che egli, nel disperato tentativo di arrotondare i magri guadagni con i quali sosteneva la famiglia (moglie e tre figli), cominciò a scrivere romanzi. La sua prima opera, A Princess of Mars (Sotto la luna di Marte) fu pubblicato dal periodico «All-Story Magazine» nel 1912. L’anno dopo sarà la volta di Tarzan of the Apes (Tarzan delle scimmie), che uscirà poi in volume nel 1914 e avrà un successo strepitoso.
Burroughs poté da allora dedicarsi pienamente alla sua professione di scrittore, pubblicando ben 91 romanzi di avventure e di fantasia, tra cui spiccano quelli del ciclo di Tarzan (26 volumi), del ciclo marziano di John Carter (11 volumi), del ciclo di Pellucidar (6 volumi).
Quando Edgar Rice Burroughs morì il 19 marzo 1950 a Encino, un sobborgo di Los Angeles, era ormai uno scrittore fortunato e famoso, tradotto in 32 lingue, paragonato a Giulio Verne e H.G. Wells. Le sue ceneri furono deposte in una tomba senza nome a Tarzana, la vicina cittadina intitolata all’eroe da lui preferito.

R.A. [Rolando Anzilotti]

L.

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