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Vecchio numero della collana “Biblioteca del Giallo Mondadori”, curata da Oreste Del Buono: questo quinto numero è uscito in supplemento a I Classici del Giallo n. 348.

L’illustrazione di copertina è firmata da Oliviero Berni.

La scheda di Uruk:

8. L’Impero Celeste si tinge di giallo, a cura di Gian Franco Orsi [giugno 1980]
La Tomba di Ts’in (The Tomb of Ts’in, 1916) – Traduzione di Alberto Tedeschi
L’enigma dello spillo (The Clue of the New Pin, 1923) – Traduzione di A. Ferrarini
Il mercante di Siangtan (The Yellow Snake, 1926) – Traduzione di Elsa Pelitti

La trama:

Fu una fortuna per Yvonne Yale che Ned Talham si trovasse vicino alla “Serpentine” la sera in cui era inseguita da tre cinesi. Nonostante la sua miserabile apparenza, Talham era pur sempre un generale dell’esercito dell’imperatrice vedova della Cina! Quell’incontro fortuito sarà comunque di grande aiuto ad entrambi: Ned e Yvonne, infatti, vivranno da allora incredibili avventure fra cui la più pericolosa si concluderà con (a scoperta della tomba di Ts’in e del suo segreto.
«Ti devo dire, caro Yeh Ling, che quest’uomo è una grande seccatura per me e che sarei contentissimo, se dormisse sulle Terrazze della Notte». Così Jesse Trasmere si rivolge al suo umile “servitore” cinese, poco prima di essere assassinato nella misteriosa camera di sicurezza che ha fatto costruire nel sotterraneo della sua casa. Chi lo ha ucciso? E come ha fatto, visto che la porta della stanza è chiusa da entrambi i lati, la chiave insanguinata è sul tavolo e non c’è nessun’arma in vista?
Fing-Su era il “serpente giallo”, che secerneva veleno nella terribile società segreta delle “Mani Gioiose”. Sotto la sua satanica direzione, i suoi membri progettavano di impadronirsi della Cina e di dominare il mondo. Ma Fing-Su non aveva fatto i conti con il suo vecchio e temibile avversario, Clifford Lynne.
Queste, in breve, le storie di La tomba di Ts’in, di L’enigma dello spillo e di Il mercante di Siangtan, narrate dall’inimitabile Edgar Wallace, testimone suggestivo di una Cina che si tinge di giallo.

L’incipit della Presentazione:

Chi ha familiarità con il nome di Edgar Wallace, avrà in mente anche alcune foto dello scrittore ripreso di profilo con la sigaretta infilata nel lungo bocchino per tenere lontano il fumo dagli occhi; oppure con la vestaglia davanti a un dittafono o a una tazza di tè; oppure in bombetta e binocolo all’ippodromo. Sono immagini che raccontano moltissimo di lui come uomo e scrittore. Wallace, infatti, era un accanito fumatore; beveva esclusivamente tè cinese con molto zucchero; dettava al dittafono romanzi e commedie avvolto in vestaglie damascate; e frequentava le corse dei cavalli, perdendo spesso piccole fortune.
Qualcuno, poi, ricorderà anche quel dagherrotipo in cui il giovane Edgar vende uova e latte per la strada. Non faceva certo quel lavoro per divertimento o per passare il tempo. Anche a lui sarebbe piaciuto andare a scuola e giocare con i coetanei, ma non poteva perché doveva aiutare il padre adottivo che aveva già da sfamare le bocche di altre nove figli!

L’incipit de “La Tomba di Ts’in”:

Se Tillizini avesse scritto questa storia della tomba di «Ts’in Hwang Ti», che tradotto letteralmente significa «Il Re di Tsin, che divenne imperatore», dalle note che egli possedeva in merito al caso, avrebbe potuto creare un’opera molto migliore.
Avrebbe senza dubbio posta la massima cura nel narrare questa vicenda che io racconto dietro sua richiesta e grazie alle sue informazioni, poiché è una delle più singolari che mai abbia udite o lette.
Riguarda la tomba del grande imperatore, del Primo Imperatore della Cina, che morì due secoli prima della nascita di Cristo; riguarda pure quell’avventuriero di genio che si chiamava capitano Ned Talham, senza dubbio l’uomo più ciarliero del mondo; riguarda una donna di non comune fascino, Yvonne Yale; e, da ultimo, ma non secondaria, la «Società delle Allegre Intenzioni», l’organizzazione più sanguinaria che il mondo abbia mai conosciuto. Riguarda infine Tillizini, poiché Scotland Yard, conoscendo le sue doti di investigatore, gli affidò un arduo compito che per poco non macchiava la sua riputazione, senza contare i pericoli da lui corsi.

L’incipit de “L’enigma dello spillo”:

Il locale di Yeh Ling sorgeva proprio tra la zona deserta di Reed Street e la ressa della grande strada sfavillante che costituisce il quartiere dei teatri.
La parte deserta degradava dalle case cupe ma decorose occupate da un numero infinito di negozianti di stoffa, di modiste, e dai dentisti che avevano le loro targhe sotto i gabinetti, all’agitazione «urlante» di Bennet Street. Non c’è aggettivo che meglio di questo possa qualificare Bennet Street, perché infatti questa via di giorno è tutta un urlo, e di notte è un urlo ancora più forte. Il suo selciato è il campo da gioco per i rampolli di quel quartiere prolifico e il « ring » su cui gli scamiciati del rione compongono le loro questioni in mezzo alle loro donne sbrindellate, che li incoraggiano o che esprimono in grida la loro approvazione.

L’incipit de “Il mercante di Siangtan”:

Non c’era in tutta Siangtan una casa paragonabile a quella di Joe Bray. Ma del resto non c’era in tutta la Cina, che pure dai tempi di Marco Polo aveva visto passare entro i propri confini i personaggi più insoliti, un uomo paragonabile a Joe.
Era una casa in pietra, progettata da un certo Pinto Huello, un architetto portoghese quasi sempre ubriaco che, lasciato il Portogallo in circostanze non troppo onorevoli, era finalmente approdato, via Canton e Wuchau, in quella immensa e poco pulita città.
Era opinione che Pinto avesse progettato quella casa dopo una notte di delirio in un paradiso artificiale e che avesse poi modificato il progetto sotto la spinta del rimorso. Ma l’emendamento era avvenuto a costruzione già avanzata, così che l’ala settentrionale, somigliante a una torre di porcellana, era ritenuta opera del Pinto peccaminoso mentre tutto il resto, che assomigliava piuttosto a un magazzino portuale, doveva essere l’espressione del Pinto redento.

L.

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