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In queste ricche bancarelle dell’Estate 2017 trovo questa splendida novelization.

La scheda di Uruk:

Gremlins (id., 1984) di George Gipe [Vallardi/Garzanti, novembre 1984] Traduzione di Ettore Capriolo
– dalla sceneggiatura di Chris Columbus per il film omonimo di Joe Dante, con Hoyt Axton e Phoebe Cates

La trama:

In una tranquilla cittadina della provincia statunitense, di quelle amorevolmente descritte da Frank Capra o da Walt Disney, un padre, inventore confusionario, regala a uno sveglio ragazzino un piccolo mogwai, delizioso (e vero) animaletto cinese, coperto di morbidissima pelliccia. Ma con alcune avvertenze: il mogwai non deve essere esposto a una luce troppo forte, non deve venire bagnato, non deve mai mangiare dopo la mezzanotte. Naturalmente, per accidente o per curiosità, le tre cose avvengono, e il mogwai di nome Gizmo si moltiplica, dando vita a piccoli tremendissimi mostri, intelligenti quanto violenti, che si riproducono come conigli e mettono a soqquadro la pacifica cittadina.
Sono, appunto, i Gremlins, il cui comportamento è una paurosa caricatura del comportamento di esseri umani assolutamente nostri contemporanei, un concentrato dei modi di vita di una società arida e consumista, dominata dalla tv e dalla pubblicità, dai mezzi di comunicazione di massa. Ma, di fronte al pericolo, la cittadina saprà reagire, mettendo in atto tutte le sue difese.
Gremlins è una favola contemporanea che scivola nell’apologo per darci un ritratto a suo modo veritiero della società americana, ma è soprattutto un libro (e un film) divertentissimo, di modernissimo humor nero, che ha catturato grandi e piccoli conquistando così un successo clamoroso.
I Gremlins sono l’invenzione di uno studente nevrotico e pauroso, Chris Columbus, che a ventun anni, per vincere le sue paure, ha immaginato una vicenda sulla quale Steven Spielberg (il regista di E.T., Incontri ravvicinati del terzo tipo, I predatori dell’arca perduta, Indiana Jones e il tempio maledetto) e Joe Dante (il regista di Piranha) hanno costruito un film che ha doppiato e superato il successo di ogni altro film recente.

L’incipit:

Nella sua gabbia, cacciata in un angolo lontano del retrobottega del cinese, il Mogwai sonnecchiava a intermittenza. Tra poco sarebbe entrato il vecchio, lo avrebbe accarezzato con dolcezza, gli avrebbe detto qualche parola in quella sua strana lingua, lo avrebbe lasciato libero di aggirarsi per un po’ tra libri e manufatti coperti di muffa e poi, soprattutto, gli avrebbe dato da mangiare.
Essendo un Mogwai, a mangiare era quasi sempre pronto, pur avendo imparato a controllare la propria fame. Era l’adattabilità propria dei Mogwai. Era talmente adattabile che, sebbene confinato in quella gabbia e in quella stanzetta, non sognava la libertà. Di fatto il suo meccanismo d’evasione era la mente, un centro di svago in attività permanente di cui poteva servirsi per visitare qualsiasi epoca e qualsiasi luogo — in qualunque momento. La sua mente insomma non assomigliava alla mente umana, strumento malfido che rifiutava spesso la manipolazione e faceva brutti scherzi ed elargiva al suo proprietario dosi di duplicità. La mente era invece per il Mogwai fonte costante di piacere.
Aveva provveduto a questo Mogturmen, l’inventore della specie Mogwai. Secoli prima, su un altro pianeta, Mogturmen aveva deciso di produrre una creatura che fosse adattabile a qualsiasi clima o situazione, che potesse riprodursi con facilità e che fosse mansueta e molto intelligente. La ragione esatta che indusse Mogturmen a imbarcarsi in questa impresa non ci è nota; sappiamo soltanto che inventori come lui fiorirono in un’epoca di frequenti sperimentazioni nel campo della creazione delle specie — epoca, dobbiamo aggiungere, successivamente screditata per alcuni falliti tentativi, posteriori, di introdurre l’impollinazione indiretta tra certe specie di carnivori striscianti.

L.

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