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Alle bancarelle di questa Estate 2017 ho trovato uno splendido vecchio volume della collana “I Gialli Proibiti”, mensile della Longanesi che costituiva negli anni Sessanta un’ottima concorrenza ai Gialli Mondadori.
In questo caso la collana prosegue a presentare le avventure di un eroe pulp ormai dimenticato: Shell Scott, protagonista di decine romanzi dagli anni Cinquanta in poi.

La scheda di Uruk:

69. La ferita sanguina [Shell Scott 2] (Bodies in Bedlam, 1951) di Richard S. Prather [gennaio 1959] Traduzione di Elisa Marpicati

La presentazione della collana:

I «Gialli Proibiti» sono ormai diventati i preferiti di chi cerca non soltanto il romanzo appassionante, che si legge tutto d’un flato sino all’ultima pagina, ma che possiede anche un valore drammatico e letterario duraturo. In una parola, i «Gialli Proibiti» sono diventati i vostri gialli. La testa del gatto nero, contrassegno delle loro sovracoperte, vi è ormai nota come sigillo di garanzia. Garanzia della più alta qualità dei testi e delle traduzioni e di pregi che invano cerchereste in collezioni tanto divulgate come questa. Il vostro «Giallo Proibito» non è un opuscolo, non è un 4 fascicolo o un libretto; è un volume degno di figurare nella vostra biblioteca perché non si può «buttar via», perché si può rileggere e perché è il meglio che l’industria italiana può offrirvi. La carta è ad alto contenuto di cellulosa, gli inchiostri, ad assorbimento rapido, non sporcano, non macchiano, non riflettono dannosamente la luce. Il vostro «Giallo Proibito» è composto in «Baskerville», un carattere moderno, che riunisce perfettamente le doti di robustezza ed eleganza. Anche se il volume supera il numero medio di pagine, il carattere è sempre fuso su dodici punti. Questo corpo, assieme con la sfumatura avoriata della carta, con l’abbondanza della marginatura della pagina, consente all’occhio più affaticato un’agevole lettura sotto qualsiasi tipo di luce. Il «Giallo Proibito», anche quando raggiunge le tirature più avanzate, non viene mai stampato su macchine rotative, ma nelle macchine piane più moderne, per garantire alta nitidezza alla impressione dei caratteri. Cucito a pieni punti di filo di cotone, esso è rilegato in materiale Linson, ad alta resistenza, composto di lunghe fibre di corda Manilla, tinte in pasta. Il dorso della copertina viene arrotondato su macchina a due morsi, ha la centina regolare, un rinforzo duplice di garza fissato da collanti elastici. Esso è munito di eleganti capitelli gialli in testa e al piede. Le diciture sono ottenute mediante stampi in bronzo incisi a mano e impressi a caldo su pellicola di acetato pigmentato di giallo indelebile. La sovracoperta, riprodotta da «ektachromes» eseguite da fotografi specializzati, dopo la stampa dei colori (mai meno di quattro) viene laminata con un alto spessore di pellicola trasparente, resistente al calore, agli acidi, non infiammabile e lavabile.

L’incipit:

Immaginatevi un baccanale da mille e una notte, e nel bel mezzo Lady Godiva nuda come un occhio di vetro in un bicchiere. Del cavallo, nessuna traccia.
Era la sagra delle Nazioni Unite di Hollywood con grande spreco di maschere e sarongs e tutù e reggicalze in bella vista, il tutto organizzato dai Magna Studios per rafforzare lo spirito di corpo tra i dipendenti.
Quel pomeriggio era stato dato l’ultimo giro di manovella all’ultimo supercolosso, Piangi, bambina, con due settimane di anticipo sul previsto, e bisognava pur festeggiare l’avvenimento.
Io guardavo Lady Godiva, e ce n’era di che. Quasi tutti lì dentro indossavano qualcosa, fuorché la Lady, che non era una lady. Chi fosse, non avrei saputo dirvelo. Aveva la faccia coperta da una maschera e non la conoscevo tanto bene da poter indovinare dal resto.
Anch’io portavo una maschera, ma un mucchio di gente mi riconosceva lo stesso. Sono alto poco meno di uno e novanta e peso circa un quintale, insomma, mi si vede da lontano. E poi la maschera non serviva molto, lasciava scoperte le mie sopracciglia bianche a cavaturacciolo e i miei capelli quasi bianchi sbucavano dal berretto, cosicché quelli che mi conoscevano, e pareva che ce ne fossero parecchi, mi salutavano dandomi manate sulla schiena.
Sono nato a Los Angeles trent’anni fa, e, salvo i quattro anni di servizio in marina durante la seconda guerra mondiale, ho trascorso tutta la mia vita qui, tra Los Angeles e Hollywood. Si può dire che l’industria cinematografica ed io siamo cresciuti insieme e per forza di cose conosco molta gente del mestiere, sia quelli che girano attorno ad Hollywood con la speranza di entrarci, sia quelli che ci sono già dentro, come Harry Feldspen, padreterno dei Magna StudiosIl che spiega come mai un detective privato si trovasse a una festa di ballo di cinematografari.
Aprii un ufficio: Sheldon Scott, investigatore nel centro di Los Angeles, subito dopo aver detto addio alla marina degli Stati Uniti. Dopo pochi mesi neri le cose cominciarono a muoversi e guadagnai quattrini a sufficienza per pagare le tasse. Un anno prima, suppergiù, avevo fatto un lavoretto per Feldspen e Feldspen si ricordò di me quando organizzò quel ballo. Fu tanto gentile da telefonarmi se volevo venire, in veste privata, s’intende.

L.

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