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La collana “I Classici del Giallo Mondadori” di luglio (n. 1398) presenta Signori, il gioco è fatto, di S.S. Van Dine.

Il romanzo è apparso in Italia originariamente nel 1935, come numero 123 de “I Libri Gialli” Mondadori, con la traduzione di Claudio Serena: la prima apparizione della traduzione di Pietro Ferrari – ripresentata questo mese – risale al 1992, nel numero 654 della collana “I Classici del Giallo Mondadori”.

La scheda di Uruk:

1399. Signori, il gioco è fatto [Philo Vance 8] (The Casino Murder Case, 1934) di S.S. Van Dine [agosto 2017] Traduzione di Pietro Ferrari
* [da questo romanzo, il film “Dalle 7 alle 8” (The Casino Murder Case, 1935) di Edwin L. Marin, con Paul Lukas ed Alison Skipworth]
Inoltre contiene il racconto: Stella del mattino, di Annamaria Fassio

La trama:

Una lettera anonima preannuncia una tragedia. Qualcosa di terribile succederà presto ai Llewellyn, una famiglia newyorkese molto in vista. Rivolgendosi nientemeno che a Philo Vance, l’ignoto corrispondente lo prega di intervenire prima che sia troppo tardi. A fare da palcoscenico per questa profezia di sventura è una casa da gioco frequentata dall’alta società, e da qui si avvia l’indagine del detective dilettante, mentre la roulette gira e la dea bendata dispensa i suoi favori. Ma il tragico episodio che puntualmente si verifica, un caso di avvelenamento, è più che un semplice azzardo: è la mossa di apertura in una partita a scacchi contro un machiavellico avversario. Un assassino capace di creare situazioni ad arte per indirizzare gli inquirenti su una falsa pista, fino a una conclusione fallace. Tuttavia, sottovalutare il genio investigativo del famoso dandy è un errore che può costare caro anche al più scaltro dei criminali. Come puntare tutto sul numero sbagliato.

L’incipit:

Fu in quell’autunno, l’autunno freddo e desolato seguito allo spettacolare caso dell’omicidio del Drago, che Vance si trovò ad affrontare il crimine forse più diabolicamente sottile della sua carriera. Un mistero, questa volta, legato al veleno. Ma non si trattava di un qualunque veneficio: troppo ingegnosa la tecnica, troppo sofistico il calcolo, per considerare quel delitto alla stregua dei casi, pur famosi, di Cordelia Botkin, Molineux, Maybrick, Buchanan, Bowers e Carlyle Harris.
A stretto rigore, l’appellativo di “assassinio del Casinò” coniato dai giornali era inesatto, anche se la celebre casa da gioco di Kinkaid nella Settantatreesima Strada Est vi ebbe larga parte. In effetti, il primo sinistro episodio di quel crimine famigerato ebbe luogo mentre somme vertiginose venivano giocate al tavolo della roulette nella Sala d’Oro di quel palazzo, così come l’ultimo atto della tragedia si svolse nel locale arredato in stile giacobino rivestito di pannelli in noce dal proprietario, a due passi dal grande salone, usato come ufficio.
Incidentalmente, posso dire che quell’ultima, orribile scena mi perseguiterà fino alla morte, e mi procura brividi di gelo su e giù per la schiena ogni volta che indugio sui particolari spaventosi. Con Vance, ho conosciuto molti terribili frangenti durante le sue indagini, eppure non sono mai stato tanto colpito come da quella fatale conclusione giunta così improvvisa e inaspettata nell’ambiente fastoso del noto ritrovo consacrato all’azzardo.

L’autore:

S.S. Van Dine, pseudonimo dello statunitense Willard Huntington Wright (1888-1939), dopo gli studi a Harvard e in Europa diventa critico d’arte e letterario. In occasione di un periodo di riposo forzato decide di cimentarsi con la narrativa poliziesca, mettendo a frutto la sua erudizione e le sue doti analitiche. Protagonista dei suoi ingegnosi romanzi è il celebre Philo Vance, investigatore dilettante che affronta ogni indagine come una sfida intellettuale. Il personaggio raggiunge all’epoca una tale popolarità da approdare anche al cinema e alla radio.

L.

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