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Dalle bancarelle pesco questo vecchio numero di “Segretissimo” (Mondadori) della gestione di Laura Grimaldi.
L’illustrazione di copertina è firmata come sempre da Carlo Jacono.

La scheda di Uruk:

134. -40 all’ombra (-40 à l’ombre, 1965) di Mike Cooper [23 giugno 1966] Traduzione di Carla Turchi
inoltre contiene:
– [Storie di sempre] Il doppio volto di Helga Pettersson, di Mario Minini
– [Dietro le quinte della storia] Franchet d’Esperey: Operazione Odessa, di Giulio Ricchezza
– [L’angolo del giallo] Il finto cavallo [Henry Smith] (Whistler’s Murder, da “Street & Smith’s Detective Story Magazine”, dicembre 1946) di Fredric Brown (scritto “Frederic”)
– [L’angolo del giallo] Polvere nello zolfo (Little Boy Lost, da “Detective Fiction Weekly”, 2 agosto 1941) di Fredric Brown

La trama:

Un lago nel cuore della Siberia può anche apparire seducente pei i colori che sprigiona, per la bellezza del paesaggio che lo circonda. Ma un lago nel quale, o intorno al quale, accadono strani fenomeni, non ha più nulla di seducente: anzi mette addosso certi brividi che non sono precisamente di freddo. La popolazione dei villaggi dice: «Chi lo vede per la prima volta, non torna più indietro». E si riferisce al lago, naturalmente. Nessuno vi si avvicina. Gli agenti del Sedec, invece, vi si avvicinano, e non tornano indietro. Sul lago appaiono bianchi fantasmi, che si confondono col bianco della neve. Un giorno intorno al lago si incontrano gli agenti del servizio segreto francese e quelli del servizio segreto russo. Da quel momento il lago cessa di essere maledetto. Perché? Che cosa è successo? Chi sono i vari personaggi che si aggirano nei pressi del lago ghiacciato e… caldissimo? Chi è Raoul Aban? E Michel d’Arc? E la russa Krestovskaia? All’inizio sembra di entrare in un labirinto di interrogativi. E solo chi ha del fegato osa entrare in questo labirinto. Potrebbe non uscirne mai più. E infatti qualcuno non ne uscirà mai più.

L’incipit:

Mentre spostava lentamente le coperte sotto le quali aveva fatto finta di addormentarsi alla solita ora del coprifuoco, il cuore prese a battergli fortemente.
Benché lo avesse deciso da moltissimo tempo, non era riuscito a raggiungere la calma indispensabile per il buon esito di un’evasione. Forse perché lo desiderava troppo. Desiderava con tutte le sue forze portare in Francia lo spaventoso segreto del suo laboratorio accovacciato sul fianco di un’alta montagna dell’Altai. Forse i suoi nervi soffrivano per le condizioni di vita imposti a tutti i tecnici della «Kamera». Chiusi in fondo a un’immensa grotta, condannati a non vedere né il cielo, né l’inverno, né l’estate, per tre lunghi anni. «Per ragioni di sicurezza» aveva spiegato con soddisfazione il capo. «Le nostre ricerche devono restare segrete e il clima siberiano di qui ha scarti di temperatura sui 50 gradi.»
Con due anni di anticipo, era diventato Victor Grafen, nato ad Hambourg, e aveva «scelto la libertà» nel senso in cui intendevano a Mosca, cioè si era avvicinato al sole levante, portando con sé un rispettabile bagaglio di nozioni.
Victor Grafen non era un profugo comune: aveva intrapreso il proprio viaggio sotto un ordine preciso.
La sua storia sarebbe rimasta banale, se lui non avesse fatto centro con un colpo senza precedenti: introdursi nella «Nuova Otdel», il più segreto dei servizi segreti del Cremlino.
Aprì la porta della cella ben arredata che gli serviva da camera e si trovò in una galleria a zeta, illuminata debolmente da una luce verde. Una parete era stata decorata dalla natura : minuscoli e appuntiti cristalli sporgevano dalla roccia nuda, simili a piccoli fuochi di artificio.
L’altra parete usciva pari pari dalla mano dell’uomo, era del tutto parallela all’altra e aveva, per ogni tre metri della sua lunghezza, una porta che dava sulle camere-cella.

L.

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