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Visti film di guerra arrivati al cinema, rispolvero qualche chicca d’annata scoperta su bancarella.
Come questo secondo numero della collana milanese “Pocket Guerra” (Longanesi & C.) diretta da Mario Monti, grazie alla quale sono arrivati in Italia due o tre dei più di trecento libri di guerra scritti dall’autorevole autore britannico Charles Whiting.

L’illustrazione di copertina è firmata da Achille Picco.

Per un confronto su alcuni storici film di guerra, rimando al blog L’Ultimo Spettacolo.

La scheda di Uruk:

2. Un ponte per Patton (T-Force 1: The Big Breakout!, 1976) di Charles Whiting [aprile 1978] Traduzione di Marina Neubert Giuriati

La trama:

Erano il Gruppo-T, un’unità di commandos selezionatissima. Patton in persona li aveva creati, ed essi rispondevano delle loro azioni soltanto a lui. Ma, in quell’estate del 1944, anche a Patton sembrava di essersi spinto troppo oltre. Contro gli ordini dei suoi superiori, aveva inviato il Gruppo-T al di là delle linee nemiche. I commandos si sarebbero dovuti infiltrare attraverso lo sbarramento di un intero corpo d’armata tedesco, conquistare un ponte d’importanza vitale sul fiume Selune e tenerlo sino all’arrivo della Terza Armata americana. E se qualcosa non fosse andato per il verso giusto, erano affari loro…
Questa è la storia della disperata missione del Gruppo-T, il primo capitolo delle loro avventure.

L’incipit:

A sirene spiegate, con una manovra pazzesca, i due motociclisti scalarono il ciglio del colle e, derapando in una curva acrobatica, si fermarono di fronte al gruppo in attesa.
Dietro a loro apparve il primo autoblindo White da ricognizione, irto di cannoni da 5 pollici, con l’alta antenna ondeggiante nella brezza; sopra, le guardie del corpo del generale scrutavano la strada a destra e a sinistra, con il dito pronto sul grilletto delle loro armi. Poi seguì un altro White, stipato di ufficiali: lo stato maggiore; inappuntabili nelle loro uniformi, essi apparivano pallidi, come attendessero ansiosi le reazioni del loro «maestro» e signore, mentre osservavano l’esiguo accampamento, formato da minuscole tende color oliva sporca, sistemato in un frutteto, sulla destra della strada sassosa.
In piedi, nella sua macchina lucente, come un imperatore romano nel suo cocchio, con dipinta sul volto l’espressione che egli chiamava «la grinta n. 3» e la mascella serrata bellicosamente, sotto il lucido elmetto, decorato da tre enormi stelle d’oro, il generale comparve un minuto dopo. Levò imperiosamente la mano e immediatamente il suo sergente autista, Mims, frenò davanti ai GIs che, da mezz’ora, stavano aspettando impalati.
Ma il generale non li guardò nemmeno. Aveva lo sguardo perso nell’accidentato e arido paesaggio normanno: enormi crateri bruni di proiettili sconvolgevano il terreno e parevano l’opera di una gigantesca talpa. Con gesto teatrale, egli levò le braccia verso il plumbeo cielo di luglio, come volesse abbracciare quel fosco teatro di morte e distruzione.
«Ci può essere qualche cosa di più superbo?» gridò con la sua voce piuttosto acuta.

L.

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