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Sul finire degli anni Novanta la Garden Editoriale era ormai agli sgoccioli, ed Antonio Bellomi se n’era andato proprio perché stufo delle centesime ristampe di Edgar Wallace che ormai era l’unica attività della casa. Eleonora Corno prende il suo posto e ristampa fino all’ultimo fiato…
Trovata su bancarella questa che sembra l’ultima collana della casa: “I Grandi Autori del Giallo“, roboante nome che maschera in realtà le centesime ristampe dei lavori economici di Wallace.

L’illustrazione di copertina è firmata da Alfredo Nocerino.

La scheda di Uruk:

30. Il consiglio dei quattro [Just Men 2] (The Council of Justice, 1908) di Edgar Wallace [aprile 1998] Traduzione di Marika Boni Grandi

La trama:

Ancora una volta i tre impareggiabili Giusti, Poiccart, Manfred e Gonsalez, i simpatici fuorilegge che si battono per la giustizia, si trovano ad affrontare un caso che darà loro filo da torcere che si rivela subito carico di pericoli, tanto che già nelle prime pagine solo il provvidenziale intervento di un misterioso personaggio li salva dall’arresto. Chi è questo misterioso personaggio? Quali sono le sue intenzioni? E come mai, in questa avventura, diventerà proprio lui il “quarto Giusto”?
Ma le cose si mettono veramente male, tanto che a un certo punto Manfred si avvia verso il patibolo. Cosa faranno i suoi amici? Staranno a guardare o riusciranno a escogitare qualche diabolica trovata per salvarlo?

La premessa dell’autore:

“Non sta a voi o a me giudicare Manfred e il suo operato. Dico ’Manfred’ pur avendo potuto dire parimenti ’Gonsalez’ o ’Poiccart’, dal momento che sono in pari misura colpevoli o grandi uomini a secondo dell’ottica nella quale si inquadrano le loro imprese. Quelli fra noi meno rispettosi delle leggi esiterebbero a difenderli, ma è improbabile che i più dotati di umanità se la sentano di condannarli.
Dal nostro punto di vista, che viviamo nell’ambito della legge, che svolgiamo le nostre attività in conformità al codice e che, senza obiezione alcuna, teniamo la destra o la sinistra a seconda delle direttive della polizia, i loro metodi sono stati terribili, rivoltanti, assolutamente impossibili da difendere.
Non cambia molto il fatto che, per mancanza di un termine migliore, li definiamo criminali. Tale sarebbe l’unanime qualificazione da parte del genere umano ma io penso, o meglio, so, che quella gente era indifferente alle opinioni della razza umana. Dubito moltissimo che si aspettassero di essere onorati dalla posterità.
Una volta, impegnato in una disquisizione accademica sull’araldica, Manfred ebbe a dire che il motto della Casa Reale inglese rifletteva più o meno il suo atteggiamento verso il mondo. – Se fosse ‘Per Dio e la Giustizia’, sarebbe perfetto – sostenne.
Ovviamente era una presa di posizione assurda da parte di qualcuno che aveva le mani lorde del sangue dei suoi simili, ma la sincerità di quest’uomo misterioso esclude qualsiasi ipocrisia di comodo. Ho già raccontato la storia dei Quattro Giusti e del ministro del Gabinetto. Si è trattato di una storia criminosa, pura e semplice. Se devo credere alle migliaia di persone che mi hanno scritto in merito, essa è risultata affascinante, e sono grato al di là di ogni dire per un fatto significativo: che nessuno l’ha giudicata dannosa.
Di questi tempi, in cui la glorificazione dei criminali costituisce il tema dominante di un’infinità di libri, e gli eroici furti di Jones, il Ladro Gentiluomo, le nobili frodi di Brown, il cavalleresco agente di cambio, e i divertenti ricordi di furfanti e seduttori finiscono in grossi tomi di quattrocento pagine, si prova una certa esitazione nell’inondare la già nutrita rassegna di biografie di malfattori per male con la storia del Consiglio di Giustizia.
Francamente e a questo punto ribalto tutti i luoghi comuni con i quali ho introdotto la prefazione affermando, in merito al Consiglio dei Quattro e ai tre uomini che uccisero Sir Philip Ramon, e crudelmente ammazzarono nel nome della Giustizia, che le mie simpatie sono con loro. Se fossi sufficientemente intelligente, o sufficientemente audace, o libero da responsabilità; se fossi, in effetti, una delle cose che l’uomo non è mai, dovrei essere orgoglioso e felice di fare il quarto in questo Consiglio senza rimorsi. Mi schiero con Victor Cousins, che sostiene: La legge universale e assoluta è rappresentata da quella giustizia naturale che non può essere messa per iscritto.
Ci sono crimini per i quali non esiste punizione adeguata e offese che il meccanismo della legge scritta non sia in grado di cancellare. Proprio lì risiede la giustificazione del Consiglio dei Quattro, un consiglio di grandi intelletti, di sublime impassibilità
Ho già detto che gli uomini che componevano il Consiglio dei Quattro erano indifferenti alle opinioni del mondo, ed è stato un bene che fossero così, dal momento che, a varie ondate, riscossero grandi dissensi e generale esecrazione, oppure fragorosi applausi, dietro i quali era comunque latente un grande disagio che solo il loro arresto poté dissolvere. Così, mentre i giornali li descrivevano, a seconda delle occasioni, ‘assassini’, oppure ‘misteriosi riformatori’, tuttavia essi non smisero mai di premere sulla polizia affinché venisse scoperta l’identità degli uomini che si mettevano al di sopra del codice, e amministravano la morte nei confronti di coloro che infrangevano leggi non scritte.
Il caso vuole che la storia che vi sto per raccontare sia un episodio o una serie di episodi che riscossero una specie d’approvazione non ufficiale non solo del governo della Gran Bretagna, ma anche degli altri governi europei e, stando così le cose, è più facile scrivere, dal momento che il pubblico è già al corrente di molte circostanze e conseguentemente in grado di apprezzare con maggior prontezza il pieno significato dell’operato del Consiglio.
Matti i suoi componenti ingaggiarono una guerra contro dei grandi criminali operanti su scala mondiale; diedero fondo alla loro forza, al loro ingegno, alle loro menti prodigiose contro la più potente organizzazione del mondo della malavita, contro professionisti del crimine e menti parimenti duttili.
Qualora, dopo aver letto tale racconto, mi chiediate se approvo il loro operato, se giustifico i loro crimini e condono i loro delitti, dovrò rispondere ad alta voce e colmo d’indignazione: ’No!’ e mi compiacerò in sterili generalizzazioni sul sacro valore della vita umana e sul diritto esclusivo da parli di avvocati debitamente retribuiti di amministrare la legge, e gran parte di quanto dirò sarà preceduto da frasi del tipo: ‘Non può esserci, ovviamente, alcuna scusa..’
Ma, in fondo al cuore, sono con loro in tutto quanto fecero.”

L’AUTORE

L.

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