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Grazie alle prolifiche bancarelle di questa Estate 2017 ho trovato questo splendido titolo d’annata de “Il Giallo Mondadori“, nell’epoca di Alberto Tedeschi.

L’illustrazione di copertina è firmata da Carlo Jacono.

La scheda di Uruk:

1207. Undici anni di grazia (The Stalker, 1971) di Bill Pronzini [19 marzo 1972] Traduzione di Claudio Lo Monaco
Inoltre contiene il racconto:
Non c’è tempo da perdere (No Time to Lose, da “EQMM“, gennaio 1972) di David Ely

La trama:

Steve Kilduff, Jim Conradin, Larry Drexel, e altri tre ex militari che avevano assalito un furgone blindato rubando 750.000 dollari nel 1959, hanno vissuto «undici anni di grazia» senza nessuna punizione tranne, forse, il rimorso delle loro coscienze. La polizia non è mai riuscita a smascherarli, neppure a sospettare di loro, e i sei hanno aspettato che il reato cadesse in prescrizione; poi se ne sono andati ognuno per la propria strada. Ciascuno è vissuto senza avere contatti con gli altri, per undici anni – almeno così la pensano cinque di loro – e la loro rapina è stata sepolta e dimenticata fra le pratiche insolute. Nonostante le pochissime probabilità di riuscita, quei sei giovani dilettanti avevano compiuto un crimine perfetto.
Ma era davvero perfetto? Senza preavviso, tre dei sei muoiono uno dopo l’altro in misteriosi incidenti. Drexel, il leader del gruppo, che conosceva i luoghi dove vivevano gli altri cinque, non crede alla strana coincidenza dei tre incidenti. Avverte Kilduff e Conradin, ma questi rifiutano di dar peso alla sua versione, convinti che quelli sono stati puri e semplici incidenti. Ma l’improvvisa e inspiegabile morte del quarto membro del gruppo…
Questo romanzo è stato firmato dal ventisettenne scrittore americano Bill Pronzini, il quale ha tutte le carte in regola per diventare un asso del poliziesco, e arricchire con il suo nome il già lungo elenco di quella narrativa che non è solo d’evasione e che conta milioni di lettori in Italia e nel mondo.

L’incipit:

Il furgone blindato color sabbia della Smithfield entrò nel piazzale cintato della Mannerling Chemical, alcune miglia a sud di Granite City nell’Illinois, alle nove e dieci di un freddo e pungente mercoledì mattina; in orario esatto per il prelievo trimestrale delle ingenti partite di denaro riscosse dalla ditta. Andò a fermarsi di fronte all’Ufficio Ragioneria, che era vicinissimo ai cancelli, e ne smontò Felix Marik, l’autista. Tutto infreddolito si spostò verso la portiera di dietro e l’apri. Le guardie Walter Macklin e Lloyd Fosbury scesero con parecchi sacchetti di canapa vuoti ed entrarono nell’Ufficio Ragioneria.
Mentre Marik rifaceva il giro del furgone, due giovani in abito scuro e cappotto scuro, con borse marrone in mano, si mossero verso di lui a passo lento. Avevano lasciato il posteggio N. 2, al di là della carreggiata d’asfalto dirimpetto all’edificio, subito dopo l’arrivo del furgone blindato. Il più muscoloso dei due portava un paio di baffetti neri posticci e aveva dei batuffoli di cotone in bocca per far apparire le guance piene e rotonde; sopra il taschino era fissata una copia contraffatta del tesserino di riconoscimento triangolare, bianco e azzurro, che la Mannerling aveva imposto a tutti i suoi dipendenti. A caratteri neri c’era scritto: M.R. ROBERTS – RAGIONERIA. In realtà si chiamava Steve Kilduff. L’uomo esile e asciutto che stava al suo fianco, con i denti anteriori ricoperti da una prominente dentiera e col volto truccato con del cerone biancastro per dare un aspetto pallido alla carnagione di solito abbronzata, portava un tesserino che lo identificava per D.L. Garfield, pure lui della Ragioneria. Il suo vero nome era Jim Conradin.

L.

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