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Grazie alle prolifiche bancarelle di questa Estate 2017 ho trovato questo splendido titolo d’annata de “Il Giallo Mondadori“, nell’epoca di Mauro Crippa.

L’illustrazione di copertina è firmata da Prieto Muriana.

La scheda di Uruk:

2371. La galleria dell’usignolo [Fratello Athelstan 1] (The Nightingale Gallery, 1991) di Paul Harding (Paul Doherty) [10 luglio 1994] Traduzione di Elsa Peletti
Inoltre contiene i racconti:
L’ultimo bus per Manchester (Last Bust to Manchester, da “EQMM“, luglio 1993) di Donald Olson
Il giardino di lavanda (The Lavander Garden, da “EQMM“, agosto 1992) di Jackie Walsh

La trama:

Alla morte di Edoardo III la corona reale d’Inghilterra passa nelle mani di un ragazzino, il futuro Riccardo II e i grandi nobili, guidati dal reggente e zio di Riccardo, tramano nell’ombra. Sta quindi per esplodere una spietata lotta di potere che coinvolge alti prelati e ricchi mercanti, uno dei quali, sir Thomas Springall, viene brutalmente ucciso. Incaricato delle indagini è il panciuto e beone sir John Cranston, coroner di Londra, assistito dal suo segretario, fratello Athelstan, un frate domenicano. Nel tentativo di risolvere il mistero che circonda la morte di Springall e l’uccisione di altri uomini vicini al mercante, le indagini di sir Cranston e del domenicano spaziano dai sinistri segreti della bottega di uno speziale esperto di veleni al barbarico splendore della corte inglese, affondando sempre più nell’oscura ragnatela dell’intrigo.

L’incipit:

Il vecchio re stava morendo. Il vento ghermì la voce e la portò lungo il Tamigi. I barcaioli ne sussurrarono tra loro e le barche panciute dirette al mare la trasportarono lungo le coste. Edoardo era in fin di vita; il grande, biondo conquistatore della Francia, il novello Alessandro dell’Occidente stava spirando. Troppo tardi per quanti erano caduti in disgrazia presso di lui: teste dai capelli scomposti, incrostate di sangue, infilzate sopra l’entrata del Ponte di Londra, guance bianche come marmo che si annerivano per le beccate dei corvi affamati.
Il grande re, o grande bastardo a seconda dei punti di vista, sentiva sfuggire suo malgrado lo spirito dal corpo vecchio e maleodorante. La corte si era trasferita a Richmond al principio dell’estate di quel 1377, spinta dal vento di sud-ovest che soffiava violento e infocato dagli aridi deserti intorno al Mare di Mezzo. A Londra era apparsa la peste, uomini e donne stramazzavano mentre grossi bubboni si andavano gonfiando sotto le loro ascelle e, col ventre teso, sputavano col sangue la vita. Il re era in preda alla paura mentre la Morte si intrufolava furtiva come un assassino nella sua corte.
Si batteva bravamente, dipingendosi il viso giallastro e tenendo la bocca chiusa per nascondere i denti sgretolati e anneriti, vestendosi di frusciarne seta bianca e argento ricamata d’oro, acconciandosi i capelli un tempo biondi, benché ricadessero in ciocche molli e sudaticce sulle sue spalle ossute, ma non riuscì a placare la Morte. Il caldo e gli umori malsani che salivano dal fiume chiusero le loro dita nauseabonde intorno al suo corpo in disfacimento, e ancora il re rifiutò di arrendersi. Non aveva forse annientato le armate della Francia a Crécy e Poitiers, preso prigioniero il loro re, facendolo cavalcare al proprio seguito quand’era tornato a Londra a celebrare la propria gloriosa vittoria?

L.

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