Tag

, , , ,

Grazie alle prolifiche bancarelle di questa Estate 2017 ho trovato questo splendido titolo d’annata de “Il Giallo Mondadori“, nell’epoca di Laura Grimaldi.

L’illustrazione di copertina è firmata da Carlo Jacono.

La scheda di Uruk:

1869. Scambio di persona [Ispettore Schmidt] (A Question of Quarry, 1980) di George Bagby [25 novembre 1984] Traduzione di Maddalena Damiani
Inoltre contiene il racconto:
L’eredità (Windfall, da “EQMM“, novembre 1984) di Mary Amlaw

La trama:

George Bagby è uno che frequenta solo la gente migliore e i posti più raffinati. Che si sappia, non ha e non ha mai avuto nemici. Come se non bastasse, nessuno potrebbe profittare della sua morte. Eppure, Bagby è stato aggredito e malmenato con evidente intento di morte. L’ispettore Schmidt, della Squadra Omicidi di New York, non crede certo che si sia trattato di un atto di puro teppismo, e con la tenacia che gli è congeniale esamina i pochi indizi: tanto per cominciare, perché Bagby non è stato ucciso, quando per gli aggressori sarebbe stato facile finire l’opera? Forse perché si sono accorti che non era lui la vittima designata? E, ancora, come mai gli ospiti del ricevimento dal quale Bagby era uscito prima dell’aggressione suonano tutti poco credibili e alquanto sospetti? Giocata abilmente, a colpi di spillo, la vicenda prosegue veloce fino in fondo, e il finale è come un improvviso fuoco pirotecnico.

L’incipit:

Se mi avessero detto di evitare quel pranzo, avrebbero fatto bene. Così mi dissi quando, riprendendo conoscenza, mi accorsi di avere il braccio fratturato, le costole rotte e la commozione cerebrale, sia pure leggera. Per la verità queste non erano riflessioni a mente serena: erano giudizi del senno di poi. Succede all’ospedale.
Avevo avuto le mie buone ragioni per andarci. Era stata Liz Bellman a invitarmi. Forse Liz non è la donna più bella che abbia conosciuto. Tuttavia mi riesce difficile trovare una alla sua altezza: una bellezza di quel genere non si dimentica; nessun uomo ci riuscirebbe.
Liz era sposata, sebbene non avessi mai incontrato suo marito. Ammetto che qualche volta mi sono venute strane idee. Sono un essere umano. Di sesso maschile.
Ma tutto era rimasto nel campo delle idee. Inutile farle la corte; era inafferrabile. Era un’ingiustizia che un essere così desiderabile mi sfuggisse, ma spesso la sorte è ingrata.
Non sono mai stato capace di dire «no» alla bellezza, e men che mai a una bellezza disperata. Liz era disperata. Rammento per filo e per segno quello che mi disse al telefono quel giorno. Il mio buon amico ispettore Schmidt, capo della Omicidi, mi ha fatto ripetere troppe volte quelle parole perché possa essermene dimenticato. Parole traboccanti di lusinghe, e che certamente non davano adito al minimo sospetto di loschi progetti.

L’autore:

Al giallo è arrivato per vie indirette, partendo da tutt’altra vocazione, e in questo ha più di un precedente illustre. Per esempio, il caso di sir Arthur Conan Doyle, che aveva cominciato a fare il medico e inventò Sherlock Holmes nel suo studio poco affollato di pazienti. E quello, non meno celebre, di Dame Agatha Christie, che prima di creare Poirot aveva inutilmente ambito a una carriera di cantante lirica e poi si era inserita, tranquilla, in una dimensione di casalinga. Aaron Marc Stein aveva la passione della pittura, il culto degli impressionisti francesi, e coltivava il sogno di emularli. La passione gli è rimasta sempre, il sogno si è dileguato presto, cancellato da un saggio senso dei propri limiti. «Per fortuna, mi sono accorto in tempo che un vero talento non l’avevo» dice lo scrittore americano che, per alcuni anni, è stato presidente dell’associazione Mystery Writers of America. «Così, senza sentirmi frustrato, ho deciso di cambiar strada.»
La nuova strada è quella del giornalismo, che prende dopo essersi laureato summa cum laude all’università di Princeton. Stein entra al “New York Evening Post” e gli bastano sei mesi di tirocinio per passare da cronista factotum a critico d’arte. Stimolato dal successo, si lancia nel romanzo con ambiziosi tentativi di fondere una complessa sostanza psicologica e una formula sperimentale. Scrive qualche libro, ma non riesce a convincere il pubblico e, in fondo, neanche se stesso. Il suo “momento della verità” non tarda ad arrivare: Stein concepisce l’idea di un poliziesco, incomincia a realizzarla e si scopre dentro un entusiasmo nuovo, autentico, definitivo. Nasce così il personaggio dell’ispettore Schmidt della Squadra Omicidi di Manhattan e inizia la fortunata serie, firmata con lo pseudonimo di George Bagby. Da allora, Aaron Marc Stein segue la strada del poliziesco con impegno, senza altre deviazioni. L’unica variante che si concede è quella di staccarsi periodicamente dal suo ispettore per scrivere gialli d’altro genere, firmati col proprio nome: come quelli col personaggio di Matthew Erridge, che non è un detective, ma un uomo coinvolto in fatti drammatici che va alla ricerca della verità.
Dotato di una vena ricca e di una tecnica sicura, Stein-Bagby arriva a pubblicare anche quattro libri l’anno.
“A volte racconta” una situazione, una persona, un evento fanno scattare il meccanismo. Altre volte l’idea mi arriva quando la mente è rilassata e non occupata da altro, ma devo dire che il germe di una idea nuova mi nasce quando sono a metà di un altro libro. Una volta terminata la stesura finale di un romanzo, quello che resta da fare è solo un lavoro di dattilografia. Sono questi i miei momenti di ozio mentale ed è proprio allora che l’idea nuova mi aggredisce e mi prende a un punto tale che il precedente libro da finire diventa un peso insostenibile. Nonostante tutto, questo lavoro, Bagby riesce comunque a conservarsi del tempo libero ai propri hobby. Viaggia, disegna e dipinge, partecipa a scavi archeologici, colleziona quadri, sculture, pregevoli oggetti d’artigianato e rari esemplari dell’ arte precolombiana. «E poi cucino», racconta con orgoglio. «Piuttosto bene, anche, ma questo è un hobby frutto della necessità.»
«Non ho mai avuto una moglie che provvedesse alle mie esigenze alimentari. Al matrimonio ho rinunziato per libera e meditata scelta, non ho mai avuto il coraggio d’imporre a una donna il sacrificio di vivere accanto a un uomo che le avrebbe preferito sempre la sua macchina per scrivere.»

L.

– Ultimi post simili: