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Dalle bancarelle pesco questo vecchio numero di “Segretissimo” (Mondadori) della gestione di Laura Grimaldi.
L’illustrazione di copertina è firmata come sempre da Carlo Jacono.

La scheda di Uruk:

195. Le inimicizie particolari (Tall, Balding, Thirty-Five, 1966) di Anthony Firth [24 agosto 1967] Traduzione di Luciana Agnoli Zucchini

La trama:

Anthony Firth è un nome nuovo per i lettori di Segretissimo, ma il suo romanzo non mancherà di stupire e di inquietare per la sottile, ambigua atmosfera che circola in ogni pagina, per le cose suggerite più che dette e infine per la particolare natura del protagonista, uno scrittore trentacinquenne, alto, stempiato, un uomo insicuro di sé, sull’orlo del fallimento, in continua lotta con il suo «io» più oscuro e reticente. Al limite, si potrebbe affermare che questo è un romanzo di spionaggio psicanalitico. Non a caso il protagonista si chiama Limbo: è sempre sulle soglie dell’inferno, sempre tentato di perdersi definitivamente, ma trattenuto all’ultimo momento dal senso di una morale radicata e detestata. Gettato suo malgrado nel mondo degli uomini ombra, John Limbo vede scatenarsi e materializzarsi i fantasmi di un passato che credeva dimenticato per sempre. La singolarità di questo romanzo sta qui: nella contrapposizione violenta di una realtà storica inequivocabile con un personaggio che non osa neppure guardare a fondo in se stesso e che rifiuta perfino il suo destino biologico.

L’incipit:

La probabilità che qualcuno di nuovo apparisse, cioè uno diverso dai soliti, aumentava ogni giorno. Ogni giorno faceva un poco più caldo, ogni giorno la vita nella zona del lago si preparava per l’afflusso annuale.
Guardò l’orologio. Tre minuti. In quella limpida giornata il lago aveva una tonalità molto azzurra, benché verso sud, al confine austriaco, le montagne fossero ancora chiazzate di neve. Attraverso le vetrate della baracca di osservazione, nascosta fra gli alberi, i raggi del sole battevano caldi e il soldato, avvolto nel pesante pastrano, cominciò di nuovo a sudare. Già due volte aveva chiesto il permesso d’indossare la divisa estiva, ma l’autorizzazione non era ancora arrivata. Certi ordini giungevano a rilento, per le unità distaccate dell’esercito russo.
L’imbarcazione era ormai in ritardo di circa trenta secondi. Guardando col cannocchiale, il militare rilevò una certa attività accanto al molo. Quarantacinque secondi. Poi, dopo un’inspiegabile falsa partenza, il primo vaporetto dell’orario estivo si staccò dal pontile di Prien, per solcare le acque dello Chiemsee, in direzione dell’isola. Il cannocchiale del russo si spostò rapidamente, per scrutare sul ponte: c’era soltanto l’equipaggio, di cui ogni componente era stato passato al vaglio. I suoi occhi sfiorarono le schede posate sulla tavola in legno di abete, simili alle prese nel gioco del bridge. I volti degli uomini spiccavano nelle fotografie, scattate a loro insaputa. Visi, nomi, particolari, ognuno era stato sottoposto a controllo. Poi il cannocchiale si spostò di nuovo verso il vaporetto: sul ponte era apparsa un’altra persona.
Il soldato che stava a fianco del militare col cannocchiale notò immediatamente l’improvviso acuirsi dell’interesse del compagno. Afferrato a sua volta un cannocchiale, lo puntò nella stessa direzione.

L.

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