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Trovato su bancarella questo delizioso “Oscar Mondadori” all’epoca della direzione Alceste Nomellini.

L’illustrazione di copertina è firmata da Ferenc Pinter.

La scheda di Uruk:

379. I compari [McCabe & Mrs Miller] (McCabe, 1959) di Edmund Naughton [28 dicembre 1971] Traduzione di Margherita de Donato

La trama:

Presbyterian Church è un centro nei pressi della frontiera canadese che i suoi abitanti definiscono enfaticamente città. Alla fine del secolo scorso di posti come questo, squallido e al tempo stesso pericolosamente eccitante, ce n’erano molti nel selvaggio nord-ovest dell’America. E personaggi come John McCabe, un avventuriero con un suo speciale codice d’onore, e Constance Miller, una prostituta intelligente e volitiva, vi potevano allignare abbastanza tranquillamente finché gli interessi organizzati di qualche trust minerario non intervenivano magari con dei sicari ai quali erano affidati ordini perentori. In questo romanzo l’incalzare degli avvenimenti, che sfociano in un finale di agghiacciante violenza, si mescola a un’atmosfera tenebrosamente immobile, spezzata soltanto dall’incredibile umanissimo sentimento di odio-amore che lega l’avventuriero e la prostituta.

L’incipit:

L’uomo che tutti conoscevano col nome di Pudgy McCabe osservò una goccia d’acqua formarsi in cima al pilastro bianco e squadrato, uno dei quattro che sostenevano il tetto del campanile. La goccia formò un rivoletto che scivolò giù, giù, lungo il pilastro, finché non venne assorbito da una pozzanghera in terra.
“Se uno è destinato a scomparire, bisogna che scompaia in grande stile” disse tra sé e sé. “Non ho mai pensato di doverlo fare in altra maniera.”
McCabe si guardò la mano sinistra che impugnava una grossa rivoltella. Scorse le goccioline di pioggia spruzzate dal vento sulla canna e sul tamburo ben oliati: vi spiccavano tremolanti, nettamente separate l’una dall’altra. Le asciugò col fazzoletto.
Era inutile tener pronta l’arma in quel momento, pensò. Essi erano nel suo locale laggiù.
Nel riporre l’arma nella fondina, ne scalfì il cuoio col metallo. Si tolse la bombetta per lisciarsi i capelli col palmo della mano e, nel rimettersela, si assicurò che avesse la giusta inclinazione sull’orecchio destro.
Diede un’occhiata ai suoi pantaloni marrone a righe, attillati. La pioggia ne aveva fatto scomparire quasi completamente la piega. Non lo allettava la prospettiva di dover affrontare una sparatoria con dei pantaloni senza la piega.
“Maledizione al tempo” pensò.
Diede un colpetto con le dita alla falda rialzata della bombetta e fece scivolare lo sguardo sul suo panciotto di seta rossa con guarnizioni di pepite d’oro: lo stirò ben bene con entrambe le mani. Prese l’orologio dal taschino e controllò l’ora sui numeri romani. Erano le sette e dodici.
Si mise in ascolto.
Non udiva altro che la pioggia picchiettare sulle assicelle che coprivano il campanile, e nelle grandi pozzanghere fangose che l’acquazzone caduto prima dell’alba aveva formato nella strada.
“Ora non piove più molto forte” pensò. Veniva giù, infatti, un’acquerugiola senza scrosci; una di quelle lente pioggerelle che durano tutto il giorno.

L.

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