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Numero de “Il Giallo Mondadori” dell’epoca della direzione di Laura Grimaldi.

L’illustrazione di copertina è firmata da Carlo Jacono.

La scheda di Uruk:

1930. Il caso Nerissa Claire [Simon Kaye] (The Nerissa Claire Case, 1983) di Hillary Waugh [26 gennaio 1986] Traduzione di Antonio Rossi
Inoltre contiene il racconto:
La sindrome di Rossella (The Scarlet Syndrome, da “EQMM“, gennaio 1986) di Donald Olson

La trama:

Il difensore di Carla Brent affronta un caso che pare perso in partenza: la donna è accusata dell’omicidio premeditato del marito, e le prove sono tutte contro di lei. Follemente gelosa della ballerina Nerissa Claire, è stata trovata dai vicini accanto al cadavere, pistola ancora in pugno. Lei si giustifica asserendo che è stato uno sconosciuto a metterle l’arma in mano, ma nessuno le crede. E così, l’avvocato assolda Simon Kaye, il più duro dei detective, che inizia subito a investigare nell’ambiguo mondo dei locali notturni e del racket delle macchine rubate. Simon si trova spesso in pericolo, ma perderà veramente la pazienza solo quando verrà toccato il suo vecchio compagno di scacchi, l’adorabile Padre McGuire.

L’incipit:

Era un tipo calvo, glabro, passava il metro e novanta e pareva un pollo denutrito. Aveva un naso a becco buono per ingozzare i chicchi nell’aia, un collo fibroso con i bargigli, e il colletto della camicia era largo il doppio del necessario.
Non per questo c’era da ridergli in faccia. Sembrava una caricatura, ma trasudava soldi, e i soldi non fanno ridere. Ne portava l’odore addosso, come colonia. Con quello che costava il suo vestito ci avrei comprato i mobili della mia camera da letto, e l’occhiata che diede all’ufficio diceva «che puzzo c’è qua dentro».
Da come nuotava nei panni e dalla larghezza del colletto potevo dedurre, essendo un detective non privo di acume, che aveva perso peso di recente. Potevo anche chiedermi se i familiari non li prendessero le misure per una ella cassa di pino, fantasticando sul suo testamento.
Lui non sembrava preoccuparsene molto. Aveva un bastone col pomo dorato capace di fracassare un cranio, e lo maneggiava con la disinvoltura di un giocatore di golf professionista. Ciò che esibiva meno, e che notai di più, erano gli occhi a raggi X, che mi fecero sentire il bisogno urgente di andarmi a confessare.
L’aveva introdotto, con sguardo complice, Eileen. Eileen, se non lo sapete, è la mia segretaria. È una ragazza sveglia, perspicace, competente, lussureggiante e molto femminile. Ha un personale che vi farebbe saltare sulla seggiola, ma non lo mette in mostra, solo quel tanto da mozzare il fiato. E sa esattamente quando il troppo è troppo. I produttori TV potrebbero fame un simbolo sessuale per folgoranti campagne pubblicitarie, ma i produttori TV non vengono dagli investigatori privati; almeno, non in cerca di talenti. E lei non bazzica dove bazzicano loro. Per qualche strana ragione si accontenta di fare la segretaria a un investigatore privato, e di pilotare i potenziali clienti nella mia stanza.
Sull’allampanato personaggio che adesso avevo davanti, Eileen mi aveva succintamente ragguagliato in anticipo. Si chiamava Leonard Hargrove Wood, era avvocato, e aveva un biglietto da visita stampato in rilievo, con il nome, le parole PROCURATORE LEGALE, e in un angolino «Pubblico difensore».

L’autore:

Hillary Waugh è nato a New Haven (Connecticut) il 22 giugno 1920. Ha frequentato la Hillhouse High School e l’università di Yale. Durante la guerra ha prestato servizio come pilota con il grado di tenente. Nel 1951 ha sposato Diana Taylor dalla quale ha avuto due figlie e un figlio. Ha scritto anche con gli pseudomini di Elissa Grandower, H. Baldwin Taylor e Harry Walker. Allo scrittore il Giallo Mondadori ha chiesto:

G.M.: Hillary Waugh, come è diventato scrittore?

H. W.: Per caso. Da giovane pensavo di fare il disegnatore o il compositore di canzoni. Durante la Seconda guerra mondiale, quando ero di stanza a Panama, cercavo di capire se avevo anche creatività letteraria. Allora ho scritto un romanzo, pubblicato poi nel 1947 con il titolo: Madame Will not Die Tonight. Poiché il risultato è stato positivo, ho deciso di continuare.

G.M.: Questo romanzo, come del resto i due successivi, non era un police procedural

H.W.: No, infatti. Nell’immediato dopoguerra c’erano due grandi scuole: la prima, naturalmente, era quella di Chandler con il suo Philip Marlowe e gli scaffali delle librerie crollavano sotto il peso di storie con protagonisti investigatori privati duri, dediti all’alcool e alle donne. La seconda scuola era quella di Pam e Jerry North, gli eroi di Frances e Richard Lockridge e le librerie erano zeppe di romanzi pieni d’intrighi, frizzanti e senza violenze. Nei miei primi tre romanzi ho cercato di far coincidere i due generi con lo scopo di scrivere storie leggere e appassionanti.

G.M.: In seguito si è dedicato al police procedural con successo. Ma di recente ha sentito la nostalgia per il detective privato.

H.W.: È vero perché nel 1981 ho creato il personaggio di Simon Kaye. Mi diverto molto di più con questo genere, perché mi consente più libertà.

G.M.: La serie Simon Kaye è connotata dalla ricorrenza nel titolo della parola «Il caso…» Cambia soltanto il nome della vittima o del cliente.

H.W.: Infatti Simon Kaye è il protagonista di cinque romanzi, l’ultimo dei quali è «Il caso Nerissa Claire».

G.M.: Lei ha usato anche degli pseudonimi…

H.W.: Sì, tre. Harry Walker mi è servito una volta sola per un romanzo pubblicato non dal mio solito editore. H. Baldwin Taylor l’ho usato per una serie di tre romanzi scritti per Doubleday, ma che ho preferito firmare con un altro nome per differenziarli da altri. Infine utilizzo il nome di Elissa Grandower per quelli che si possono definire dei romantic suspense o romanzi gotici. Dal momento che questo genere di narrativa ha un pubblico prevalentemente femminile, mi hanno convinto che sarebbe stato meglio firmarli con un nome di donna.

G.M.: Quali sono gli autori che l’hanno maggiormente influenzata?

H.W.: Hammett, Chandler, Cain.

G. M. : Lei non è soltanto un autore ma anche un teorico, un critico, e ha scritto parecchi articoli spesso citati. Ci parla dei suoi metodi di lavoro?

H.W.: Non faccio mai piani particolareggiati. Quando mi viene in mente l’idea di scrivere un giallo, decido innanzitutto chi sarà la vittima, chi ucciderà e perché. Poi affronto e sviluppo lo studio dell’ambiente. Risalgo al passato della vittima e a quello dell’assassino. A questo punto, mi tuffo nel delitto vero e proprio, nelle circostanze che l’hanno prodotto: dove e quando.
In breve, inizio di solito con un delitto e a poco a poco costruisco la trama del mio romanzo. Seguono le indagini. Fin dall’inizio ho deciso chi le farà: un poliziotto oppure un agente della polizia. A questo punto devo sviluppare il personaggio in funzione della vicenda. Affinché l’intrigo proceda correttamente, gli indizi devono essere scoperti in un certo ordine, fatto che esige un’ attenzione particolare alla creazione del personaggio principale. Le persone lavorano in modo diverso secondo che siano investigatori, poliziotti o avvocati. Fino a questo punto la storia è rimasta allo stato di abbozzo e scrivere un piano sarebbe stato inutile: tutto resta nella mia testa. Ora potrei fare un piano, ma non lo faccio per due ragioni. La prima è che una volta che la storia è fissata saldamente nella mia testa, il piano non è più necessario. L’altro è che la storia è ancora suscettibile di essere modificata. Benché sappia nelle grandi linee ciò che succederà, non so esattamente come si comporteranno i personaggi. So, per esperienza, che i personaggi hanno la tendenza a sottrarsi alla volontà dell’autore, e che un piano troppo rigido rischia di imbrigliargli. Io cerco di assecondare le loro tendenze naturali lasciando che spazino come vogliono, dentro le strutture della storia. Con questo non ho intenzione di criticare la pianificazione, la scaletta, come si dice in gergo. Grossi autori se ne servono e con successo.

G.M.: Lei ha fatto escursioni in vari generi. Ha scritto romanzi col detective privato, altri che sono dei classici police procedural, e ha creato degli eroi, protagonisti di cicli, quali Sheridan Wesley, Fred Fellows e Frank Sessions. Però ha scritto anche romanzi diciamo indipendenti, senza protagonisti fissi quali The Girl Who Cried Wolf, Girl on the Run («Ragazza in fuga»), o Madam at My Door («Un passo alla mia porta»). Quali differenze ha notato fra le due possibilità?

H.W.: Ce ne sono diverse. Se uno cerca facilità e denaro allora è preferibile la serie. Fatta eccezione forse per Agatha Christie, i detective dei romanzi sono più noti dei loro creatori. Sherlock Holmes ne è l’esempio più lampante, ma questo vale anche per Nero Wolfe e Perry Mason, più noti di Rex Stout e Gardner. Charlie Chan è conosciuto in tutto il mondo, ma quanti ricordano il nome del suo autore? Il lettore che legge una storia cerca personaggi con cui identificarsi. Quindi ciò che conta, oltre l’intreccio, naturalmente, è il personaggio ed è il nome del detective che gli resta in testa. Se un autore riesce a creare una figura di detective interessante, è un vantaggio notevole perché il lettore continuerà a cercare i suoi libri. Ogni nuovo titolo conquista altri lettori, perché coloro che scoprono l’eroe, diciamo, alla quarta avventura, vanno anche a cercare le tre precedenti. Il nome stesso del personaggio fa pubblicità al libro. E si verifica un processo interessante. L’autore assicura a se stesso e all’editore un certo numero di vendite. Produce un articolo che ha un valore di mercato preciso, il che è un notevole vantaggio nel mondo incerto dell’editoria…

G.M.: Parrebbe che questa scelta presenti tutti i vantaggi!

H.W.: L’inconveniente maggiore della serie è che a un certo punto l’autore non ne può più del suo personaggio. Vedi il caso Conan Doyle. L’altro è che le storie possono perdere in freschezza e in spontaneità. Alcuni detective finiscono per diventare pallide ombre di loro stessi. Ecco perché i cicli non dovrebbero mai essere troppo lunghi. Il romanzo «indipendente,» inoltre, dà all’autore la possibilità di percorrere sentieri non ancora battuti, la libertà nella scelta del soggetto e il modo di raccontare. Alcune storie necessitano di una narrazione in terza persona, altre in prima. E questo diversifica la struttura. Nei cicli, le passioni, i dolori, le tragedie spettano solo agli altri. L’eroe resta immutabile. Deve restarlo. Ecco perché preferisco alternare.

L.

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