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Numero d’annata della collana “Segretissimo” (Mondadori), all’epoca della conduzione di Gian Franco Orsi.

L’illustrazione di copertina è firmata da Gaetano Pignatelli.

La scheda di Uruk:

1180. Vampa di ritorno (Blowback, 1990) di Denis Kilcommons [21 luglio 1991] Traduzione di Piero Cavallari

La trama:

Nelle tasche di un fotografo in vacanza a Vienna e misteriosamente assassinato vengono trovate le foto della figlia di un Ministro inglese, coinvolta in una storia sentimentale con un noto terrorista. In causa viene chiamato un anziano agente britannico, Ed Lacey, il quale però non riesce a impedire che anche la ragazza venga uccisa. E quando l’agente scopre che questi due delitti sono collegati ad altri,misteriosi crimini perpetrati in Europa, capisce di essere al centro di qualcosa di molto grosso, qualcosa che non rispetta più le Regole del Gioco. Un romanzo in cui Kilcommons unisce il talento per le trame al ritmo sostenuto evirazione che crea una suspense quasi insostenibile.

L’incipit:

Mancavano dieci minuti di volo all’aeroporto Arlanda di Stoccolma, e Amos Fowler si fece animo preparandosi ad affrontare un ennesimo atterraggio.
Che diamine, alla sua età e dopo tutto quello che aveva passato non avrebbe dovuto sentirsi in quel modo. Stava viaggiando nella business class di un Boeing di linea, non stava seduto in terra nella pancia di un Chinook Air America. Gli altri passeggeri portavano valigette di pelle e non c’era nessun lancia- granate in giro. Avrebbe persino scommesso che il pilota fosse sobrio.
Eppure si sentiva preoccupato. In quei giorni si preoccupava sempre, malgrado le statistiche dicessero che era più sicuro volare che attraversare la strada a piedi. Be’, certe strade, perlomeno.
Chiuse gli occhi e cercò di far riaffiorare alla mente i ricordi per non pensare a quello che lo aspettava di lì a poco. I ricordi. Erano sempre lì, pronti a essere evocati.
In Indocina era diventato noto come l’Americano Tranquillo. Era stato un barone della droga vietnamita appassionato di letteratura anglo-americana a dargli quel soprannome. Le persone che avevano imparato a usarlo lo ritenevano originale, ma non si erano resi conto del riferimento letterario. Del resto la maggior parte di quella gente non leggeva, tranne forse che qualche fumetto.
Fowler, come il suo omonimo, aveva vissuto a Saigon con una ragazza vietnamita. Lei era stata un’oasi in cui lui sfuggiva alle pressioni di quelli che lui chiamava affari.

L.

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