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Numero splendido di “Segretissimo” (Mondadori) risalente alla direzione Stefano Magagnoli.

La scheda di Uruk:

1341. Nome in codice: Broken Arrow (Broken Arrow, 1995) di Jeff Rovin [21 settembre 1997] Traduzione di Marcello Jatosti
* [Dalla sceneggiatura di Graham Yost per il film “Nome in codice: Broken Arrow” (Broken Arrow, 1996) di John Woo, con John Travolta e Christian Slater]

La trama:

C’è un solo segnale in codice in grado di mettere in stato di crisi il congresso, le forze armate e i servizi segreti contemporaneamente: BROKEN ARROW, furto di armi nucleari. Non è un terrorista fanatico. non è un volgare criminale. non e una spia. è il miglior pilota dell’aviazione americana. È abile. È coraggioso. È pazzo. E ha un piano.

L’incipit:

La palestra della base Air Force Whiteman, nei pressi di Knob Noster, Missouri, era vividamente illuminata da schiere di lampade fluorescenti sospese al soffitto.
“Troppo” vividamente, pensò Vic Deakins, mentre girava attorno all’avversario, più alto di lui e più giovane di dieci anni.
In quella luce bianca, abbagliante, Deakins poteva distinguere ogni ruga, ogni ciocca di capelli sudati, ogni goccia di traspirazione sul volto duro di Reilly Hale. Deakins non voleva quei dettagli. Voleva l’uomo tutto intero: il tipo scuro, quasi brunito, che si muoveva fluido, danzava, affondava. L’anima viva di quell’uomo. Non sapeva che farsene di quei particolari, di quei tratti marcati così nettamente da non somigliare al volto di un pugile, ma solo a una maschera grottesca.
Attorno al ring, piloti, meccanici e controllori di volo sollevavano pesi, si allenavano al sacco e praticavano il Tai Chi. Deakins vedeva chiaramente anche loro, e ne detestava le muscolature pompate, i lineamenti esagerati, le mosse ripetitive. Sembravano sagome da tirassegno gonfie di vesciche.
“Non è così che dovrebbe essere” pensò.
Nel quartiere di Hell’s Kitchen, a Manhattan, dov’era cresciuto il maggiore, le palestre che frequentava lui erano palestre autentiche. Per soli pugili. Lì sentivi davvero l’odore dei corpi, il sudore, i cuori che battevano rabbiosi. Era come la gabbia delle scimmie, allo zoo, fetida ma viva; non come questo tempio antisettico del fitness, dove gli esercizi cardiovascolari servivano a far circolare il sangue, non a forgiare il carattere.
La luce, a quei tempi, era giallognola e fioca, diffusa da poche deboli lampadine che pendevano da lunghi fili. Ogni tanto sfrigolavano, investite dal sudore che schizzava da una testa sferzata da un pugno, da un braccio possente che saettava per colpire.

L.

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