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Meraviglioso thriller della collana “TimeCrime” (Fanucci), però troppo ingombrante: lo schedo prima di liberarmene, e conservarlo solo in digitale.

La scheda di Uruk:

In difesa di Jacob (Defending Jacob, 2012) di William Landay [gennaio 2012] Traduzione di Sara Brambilla

La trama:

Andy Barber, da più di vent’anni braccio destro del procuratore distrettuale, è un uomo rispettato, un marito e un padre devoto, e ha davanti a sé una carriera sicura. Sa bene cosa può nascondere la vita di una persona, quali colpe possono essere taciute, ma la sua è un’esistenza serena e l’amore per la moglie e il figlio non ha limiti. Tutto sembra andare per il verso giusto per lui e la sua famiglia. Ma certe convinzioni a volte sono esposte ai capricci del destino o alle conseguenze di piccoli gesti. Così, un giorno, quasi per caso, piomba su di loro un’accusa inaudita: il figlio di Andy, Jacob, poco più che un bambino, viene indagato per omicidio. Un suo compagno di classe è stato accoltellato nel parco poco prima dell’inizio delle lezioni. Il ragazzo proclama la propria innocenza e Andy gli crede. Ma c’è qualcosa che non torna, l’impianto accusatorio è dannatamente convincente: e se qualcosa fosse sfuggito all’attenzione di Andy? E se i quattordici anni di vita del figlio non fossero sufficienti per capire chi è realmente? E se Jacob, suo figlio, fosse alla fine un assassino?
In difesa di Jacob è un thriller che tiene col fiato sospeso, ed è anche una straordinaria radiografia dei rapporti familiari; uno specchio feroce in cui realtà e giustizia si mostrano inesorabilmente implacabili, fino alla rivelazione di una sorprendente e inaspettata verità che si svela solo all’ultima pagina.

L’incipit:

Nell’aprile del 2008, Neal Logiudice mi notificò finalmente un mandato di comparizione davanti al gran giurì. Ormai era troppo tardi. Troppo tardi per la sua causa, certo, ma troppo tardi anche per Logiudice. La sua reputazione era già irrimediabilmente rovinata, insieme alla sua carriera. Un pubblico ministero può tirare avanti per un po’ con una reputazione rovinata, ma i suoi colleghi lo guarderanno come lupi e, alla fine, sarà costretto ad allontanarsi, per il bene del branco. L’ho visto accadere parecchie volte: un vice procuratore distrettuale è insostituibile un giorno, già dimenticato il seguente.
Ho sempre avuto un debole per Neal Logiudice (si pronuncia
la-giu-dis). Entrò nello studio del procuratore distrettuale circa dodici anni prima rispetto a questo episodio, appena uscito dalla facoltà di Giurisprudenza. Allora aveva ventinove anni, era basso, i capelli gli si stavano diradando e il ventre era un tantino prominente. Aveva la bocca piena di denti: doveva chiuderla con la forza, come una valigia stracolma, il che gli conferiva un’espressione scontrosa. Ero solito ammonirlo di non assumere quell’atteggiamento davanti alle giurie – a nessuno piacciono le persone bisbetiche – ma lo faceva inconsciamente. Si avvicinava al banco della giuria scuotendo il capo e torcendo le labbra come un professore o un prete, suscitando in tutti i giurati il desiderio segreto di pronunciarsi contro di lui. Nello studio, Logiudice era una specie di maneggione e leccapiedi. Veniva canzonato di continuo. Gli altri vice procuratori distrettuali lo prendevano sempre in giro, ma veniva tiranneggiato da chiunque, perfino da chi collaborava con lo studio a distanza: poliziotti, assistenti giudiziari, segretarie, gente che di solito non manifestava in modo così palese il proprio disprezzo per i pubblici ministeri. Lo chiamavano Milhouse, facendo riferimento a un personaggio imbranato dei Simpson, e si inventavano un migliaio di varianti del suo cognome: Losciocco, Lostupido, Giudizioso, e così via. Ma, per me, Logiudice era a posto. Era soltanto uno sprovveduto. Armato delle migliori intenzioni, rovinava la vita della gente senza mai perderci sopra nemmeno un minuto di sonno. Dopotutto, dava la caccia soltanto ai cattivi. Questa è la convinzione erronea dei pubblici ministeri – “Sono cattivi perché io gli faccio causa” – e Logiudice non fu certo il primo a essere tratto in inganno da essa, quindi gli perdonavo la sua rettitudine. Mi piaceva, perfino. Ero dalla sua parte proprio a causa delle sue stranezze, il nome impronunciabile, i denti sporgenti – che tutti i suoi coetanei avrebbero raddrizzato con apparecchi costosi, pagati da mamma e papà – e perfino l’ambizione pura e semplice. Vedevo qualcosa in quel tipo. Un’aria di risolutezza nel modo in cui resisteva nonostante i continui rifiuti, limitandosi a sopportare all’infinito. Era chiaramente un figlio della classe operaia risoluto a prendersi quello che a molti altri era stato semplicemente concesso. Da quel punto di vista, e solo da quello, suppongo, era esattamente come me.

L’autore

William Landay si è laureato in giurisprudenza a Yale ed è stato a lungo procuratore distrettuale. È l’autore di Mission Flats, vincitore del Dagger Award 2003 come miglior crime di debutto, e The Strangler, finalista nel 2007 allo Strand Magazine Critics Award come miglior thriller dell’anno. Vive e lavora a Boston. In corso di traduzione in sedici Paesi, In difesa di Jacob esce in Italia in anteprima mondiale.

L.

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