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La collana “I Classici del Giallo Mondadori” di febbraio (n. 1405) presenta un gioiello inedito del suspense.

La scheda di Uruk:

1405. La casa dell’oscurità (Her Heart in Her Throat, o The Unseen, o Midnight House, 1942) di Ethel Lina White [febbraio 2018] Traduzione di Mauro Boncompagni

La trama:

Al civico 11 di India Crescent la vita ha da anni ceduto alle tenebre. Per ordine del proprietario, la casa è stata sigillata e resa inaccessibile. Così non un raggio di sole è filtrato dentro le sue finestre, per migliaia di giorni. Non un fiammifero ne ha illuminato le stanze, per migliaia di notti. Solo poche persone ricordano gli eventi all’origine di una così drastica disposizione. Una storia di amore maledetto. Una storia di morte. E ora che la casa sta per essere riaperta, la giovane e impressionabile Elizabeth, la cui camera da letto al numero 10 confina con quel tetro ambiente deserto, ha paura. Se è davvero tutto vuoto e disabitato, di là dal muro, da dove provengono gli strani rumori che sente? Scricchiolii. Passi. Tonfi improvvisi. E il buio incombente che preme contro la parete sembra pronto a ghermirla per trascinarla via. Forse solo fantasie, ormai divenute un’ossessione. O forse no.

L’incipit:

La casa era stata sbarrata, chiusa a chiave e resa totalmente inaccessibile oltre undici anni prima. Migliaia di giorni erano trascorsi senza che un raggio di sole filtrasse dalle finestre. Migliaia di notti erano scese senza che il bagliore di un fiammifero rilucesse tra le sue pareti.
Sdraiata a letto nella casa adiacente, ma sveglia, Elizabeth Featherstonhaugh – una diciannovenne dotata di una fertile immaginazione – rabbrividiva all’idea di quell’oscurità vuota che incombeva sull’altro lato della sua stanza. Abituata lei stessa alla solitudine e al crepuscolo, era convinta che le tenebre si fossero impossessate in modo totale di quella casa deserta. Le immaginava dotate di una forza materiale e come raggrumate a formare un nocciolo solido e denso, così che se un intruso avesse osato attraversarle, sarebbe stato risucchiato e ridotto a brandelli dalla loro morsa devastante.
Di tanto in tanto, quando si metteva in ascolto, pensava di udire degli strani rumori in quella casa vuota. C’erano scricchiolii, rimbombi, colpi di vario tipo. Passi che risuonavano dove non c’erano piedi. Cassetti che sembravano aprirsi anche se non c’erano mani. E quando le pareva di sentire i tonfi di mobili spostati da un punto all’altro, allora sapeva che era giunto il momento di accendere la lampada sul comodino.
Il senso di rassicurazione che le dava quella stanzetta allegra, con le sue comodità e le sue graziose proporzioni, le ricordava sempre che era lì per prendersi cura dei due figli del capitano Pewter e che per lei quello era più di un lavoro.
“Questa famiglia ha le mie stesse origini” pensava. “Il capitano proviene dalla meravigliosa India. E io voglio bene a Geraldine. Così come stravedo per la piccola, cara Philippa. E adoro Barnaby… No, niente riuscirà a spaventarmi.”

L’autrice:

Ethel Lina White (1876-1944), gallese, si dedica alla scrittura dopo aver lasciato un impiego governativo. La sua produzione incontra, a partire dagli anni Trenta, il favore del pubblico, tanto da guadagnarle all’epoca un posto di rilievo tra le grandi firme del giallo. Dai suoi romanzi più noti sono stati tratti film oggi considerati classici del cinema in bianco e nero, diretti da registi quali Alfred Hitchcock e Robert Siodmak.

L.

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