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Titolo d’annata de “Il Giallo Mondadori“, nell’epoca di Gian Franco Orsi.

L’illustrazione di copertina è firmata da Carlo Jacono.

La scheda di Uruk:

1908. Wycliffe e i quattro fanti [Wycliffe 12] (Wycliffe and the Four Jacks, 1985) di W.J. Burley [25 agosto 1985] Traduzione di Anna Maria Ponti
Inoltre contiene il racconto:
Sottosopra (Upside Down, da “EQMM“, giugno 1985) di Isaac Asimov

La trama:

David Cleeve, famoso scrittore amante dell’archeologia, riceve per posta, a intervalli irregolari, cinque carte da gioco, e precisamente dei fanti di quadri, l’ultima delle quali arriva strappata in due. Per Cleeve, non può trattarsi che di una minaccia di morte, e appunto per questo approfitta del fatto che nella zona è in vacanza Charles Wycliffe, il sovrintendente di polizia, per dirgli che se mai lui dovesse morire assassinato, le indagini andrebbero rivolte al di fuori della cerchia della famiglia e degli amici. Intanto, qualcuno, lanciando una minuscola freccetta avvelenata, uccide una ragazza. E, poco dopo, anche Cleeve muore con lo stesso sistema. Wycliffe mette in moto il suo metodo d’indagine, che è paziente e magari un po’ vecchio stile, ma che anche questa volta lo porta all’assassino. Un romanzo rigoroso, ricco di sviluppi, avvincente, con personaggi indimenticabili.

L’incipit:

Giovedì, 16 giugno
Come di consueto, alle nove e mezzo, David Cleeve si trovava nel suo studio-biblioteca. Fermo davanti alla finestra, guardava il giardino, i tetti del villaggio raggruppati più in basso e, oltre l’insenatura, il promontorio con la fila di pini che ne seguiva il profilo in una curva perfetta fin quasi alla frangia d’acqua bianca di spuma. Grigi tetti d’ardesia, la lucente superficie del mare, campi verdi in declivio e l’arco dei pini contro il cielo di un azzurro brumoso, sferzato da un vento che sapeva di pioggia.
Circa otto anni prima, quando si era stabilito a Roscrowgy, i pini erano venti, ma adesso ne rimanevano undici: le tempeste li avevano decimati. Era assurdo, ma ogni mattino lui li contava, come in un rito. Non che avesse bisogno di contarli: un nuovo vuoto in qualsiasi punto gli sarebbe saltato immediatamente all’occhio.
Sedici giugno. Il sedici giugno di ventotto anni prima…
Sentì la sua segretaria muoversi nella stanza attigua. Tra poco, sarebbe venuta a portargli la posta, e allora lui avrebbe saputo.
Il suo sguardo si posò su una mosca, una grossa mosca grigia, che risaliva il vetro della finestra: arrivata in cima e non trovando una via d’uscita, ritornò in basso. Rimase ad osservarla mentre ripeteva altre due volte il percorso, poi aprì la finestra e la lasciò andare in balìa del vento. Da bambino aveva cercato spesso di mitigare con simili atti di grazia la crudeltà di un destino avverso.
Dopo aver bussato leggermente, Milli entrò con la posta. Aveva già aperto le lettere dei suoi editori, del suo agente, e tutte le altre indirizzate a lui come Peter Stride. Non aveva il permesso di aprire quelle sulle quali appariva il suo vero nome.
Cleeve non si volse, ben deciso a ostentare un contegno tranquillo, normale.
— Buon giorno, signor Cleeve — disse Milli, col suo tono vivace e sbrigativo.
— Buon giorno — rispose lui.
Milli era una ragazza minuta, con i capelli neri e la carnagione scura, flessuosa e agile.
— C’è qualcosa di urgente nella posta? — le domandò Cleeve.
— Niente di cui non possa occuparmi io.

L’autore:

John William Burley è nato a Falmouth, in Cornovaglia, il 1° di agosto del 1914. Ha studiato alla County Technical School, e nel 1936 si è laureato in ingegneria. Dopo di che è andato a dirigere la South Western Gas and Water Corporation, nel sud-ovest dell’Inghilterra. Nel 1950 ha assunto l’incarico di lettore di zoologia al Balliol College di Oxford. In seguito è passato ad insegnare alla Richmond Grommar School e poi ancora in una scuola di Newquay, dove ha tenuto la cattedra di biologia per diversi anni. Nel 1974 si è ritirato dall’insegnamento. Ora Burley vive a Newquay, in Cornovaglia, con la moglie Muriel Wolsey, che aveva sposato nel 1938, e due figli. Si dedica quasi esclusivamente alla narrativa. Cosi Burley stesso commenta la sua scelta: «Ho cominciato a scrivere gialli nel 1966 dopo aver letto le opere di Simenon. I miei primi romanzi non sono stati altro che dei tentativi di trovare un “ubi consistam” e un editore. Mi è andata bene, perché tutti e tre sono stati pubblicati da Gollanz. Nel mio quarto romanzo ho inventato il personaggio del detective Charles Wycliffe con l’intenzione di farne il protagonista fisso di una serie. Lo volevo diligente, comprensivo, onesto e dotato di senso dell’umorismo… Non sono mai contento dei miei libri. Mi sembrano derivativi perché seguono troppo rigorosamente uno schema prefissato. Per cui in “Charles and Elizabeth” ho deciso di rompere con il passato e incamminarmi su una nuova strada. Per la prima volta ho sentito di aver scritto un libro che offre qualcosa di diverso rispetto alla tradizione della narrativa gialla. Per lo meno, in questo libro c’è molto più di me di quanto non ci sia mai stato in tutte le altre cose che ho scritto…».
Burley ha scritto una dozzina di romanzi, diversi dei quali appartengono alla serie del sovrintendente Wycliffe. Di questo scrittore inglese il Giallo Mondadori ha pubblicato «Lettera aperta a un killer disperato» (n. 1543).

L.

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