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Titolo d’annata de “Il Giallo Mondadori“, nell’epoca di Alberto Tedeschi.

L’illustrazione di copertina è firmata da Carlo Jacono.

La scheda di Uruk:

838. Fino alla strage (The Grudge, 1963) di Bert e Dolores Hitchens [21 febbraio 1965] Traduzione di Fluffy Mazzucato
Inoltre contiene il racconto:
Uno spiacevole equivoco (The Case for Miss Peacock, da “EQMM“, febbraio 1965) di Charlotte Armstrong

La trama:

Un odio insensato ha messo radici nell’animo contorto di Tommy Collins. Contro le sue sorelle e sua madre che, secondo lui l’hanno consegnato alla polizia, e contro le ferrovie che l’hanno licenziato… Dopo essere evaso dall’infermeria delle carceri, massacrando tre persone, egli ha deciso di vendicarsi con una strage. E la sua arma ha un nome terribile: DINAMITE. Ormai è troppo tardi per salvare una delle vittime designate, ma l’Agente Speciale Farrell della Polizia Ferroviaria di Los Angeles deve bloccare il folle omicida, deve impedire a ogni costo che continui a seminare la morte.

L’incipit:

La scheda di Tommy Collins giunse per conoscenza, con molte altre, dal Dipartimento di Polizia di Los Angeles alla Polizia Ferroviaria, in una smagliante e soleggiata mattina di primavera. Il profumo di quella primavera si insinuava perfino giù per il cavedio dell’immenso caseggiato degli uffici ferroviari, arrivando alle finestre dell’ottavo piano fino alla scrivania dietro la quale Pete svolgeva le sue mansioni di impiegato nell’ufficio degli Agenti di Polizia Speciale. Pete era alto, snello e, malgrado i capelli brizzolati, aveva una espressione di infantile timidezza.
In quel particolare momento, Pete soffriva di un attacco di capricciosa distrazione. Guardava senza interesse le varie schede e i foglietti stampati che indicavano i delinquenti ricercati dalla Polizia, fissando, senza vederle, le facce dall’espressione stupida e ostinata dei vari accusati, in pieno contrasto con la dolcezza di quell’aria primaverile. Poi gli capitò sott’occhio la fotografia di Tommy Collins.
Istintivamente si disse: “Che ci fa questo, qui?”, poi ripeté la domanda a voce alta a un agente investigativo della Polizia Ferroviaria, certo Reves, il quale sollevò la testa dalle carte che ingombravano la sua scrivania, attento alle sue parole.
Pete leggeva a voce alta il rapporto che riguardava Tommy Collins. Nell’ufficio c’erano soltanto Pete e Reves. Ryerson, il capo, era uscito per lavoro.
Pete sapeva come attirare l’attenzione del collega: era una cosa abbastanza facile, perché Reves si distraeva con poco anche se aveva rapporti importanti da preparare; odiava quel lavoro e non perdeva l’occasione per indurre Pete a scrivere a macchina i rapporti sotto sua dettatura, anche se a Pete quel lavoro non competeva affatto.
Pete continuava a scuotere la testa e mormorava:
– C’è qualcosa di antiquato in questa mania di far saltare le persone con la dinamite, voglio dire che i moderni esplosivi offrono possibilità ben diverse. La dinamite appartiene al diciannovesimo secolo, è fuori moda, una cosa del passato come le zangole di legno per fare il burro e le lampade a petrolio… – tacque un istante come se riflettesse, poi continuò: – Già, le lampade a petrolio… proprio così. – Gettò ancora un’occhiata a Reves e poi alzò le spalle: “Certo quello lì, non le ricorda” concluse fra sé.
– Sono cresciuto in una fattoria nel centro del Nord Dakota – ribatté Reves, come se quella informazione fosse decisiva.
– Niente elettricità? – domandò Pete meravigliato.
– No… fino a quando ebbi quindici anni.
Reves parlava con voce sommessa ricordando e, solo occasionalmente, sotto quel tono pacato si avvertiva una nota severa e a volte dura. – Il mio vecchio morì e mia madre fece mettere la luce elettrica, poi comperò anche un trattore, così Sugar e Gladys poterono essere messi a riposo. Brano i nostri due muli.
Passarono alcuni minuti. Nella luce solare si videro brillare le ali colorate e setose di una farfalla che volava a spirale giù per il cavedio, lontana mille miglia dal luogo che le era familiare… Non era che una macchia vivace senza passato e senza futuro chiusa fra il bianco delle pareti a calcina e il nero dell’asfalto sottostante.

L.

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