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Trovato su bancarella un numero d’annata della collana “Il Miglior Giallo” (Longanesi) diretta da Romano Rinaldi, serie di ristampe di gialli già pubblicati dalla Longanesi & C.: in questo caso si ristampa un romanzo già apparso nel 1956 nella collana “I Gialli Proibiti” n. 49.

L’anno successivo, il romanzo esce nella prestigiosa collana francese “Série Noire” (Gallimard) come Un carton dans le plastron (n. 349, 1957), tradotto da L. Brunius.

La scheda di Uruk:

6. Vieni a uccidermi (Come Murder Me, 1951) di James Kieran [dicembre 1968] Traduzione di Adriana Pellegrini

La trama:

L’UOMO: spalle larghe, occhi disperati. Si muove come una belva braccata, specie quando schiva le pallottole. Una scheggia di shrapnel nella testa lo rende pericoloso.
LA DONNA: si chiama Noa, ed è l’unica persona al mondo che conta per Jackson. Egli l’adora, ma l’ha già vista andare con altri amanti. Troppi.
LA VITA: breve, molto breve. Un certo Arthur Brownlow ha messo una taglia di diecimila dollari sulla sua testa.
NOTA: Curt Jackson e Arthur Brownlow sono la medesima persona.

L’incipit:

L’uomo vestito di marrone distolse gli occhi dall’immagine riflessa nel finestrino dell’aeroplano. Il vetro stava appannandosi e il vapore cancellava il fumo, la città e lo strano intrico di linee al di sotto. Qualcuno lo guardava fisso, qualcuno che non conosceva; uno straniero, che lo scrutava con occhi amari, da dietro le lenti cerchiate di scuro. Un paio di folti baffi neri gli tagliava il labbro superiore.
L’uomo vestito di marrone conosceva quello sguardo, conosceva la lieve curva delle sopracciglia, conosceva la cicatrice sullo zigomo che stirava la carne verso lo orecchio sinistro. Prese la testa tra le mani, poi si coprì gli occhi, tentando di allontanarsi da quell’immagine, di fuggire.
Le dita toccarono gli occhiali, rialzandoli sul naso, sfiorarono i baffi e vi tornarono; il terrore crebbe dentro di lui. Tremava.
Dopo pochi secondi, rialzò la testa e la scosse lentamente, poi guardò di nuovo il finestrino. La nebbia non c’era più e non c’era più nemmeno quello sconosciuto di poco prima; egli vedeva soltanto la luce crescente del sole che sorgeva e il profilo della città, sempre più netto nella nebbia bassa, l’orizzonte lontano e il fiume.
Lottava contro la disperazione e si diceva che questa volta era tornato davvero. Gli era già accaduto altre volte; se ne andava di colpo e di colpo ritornava, da un nero sonno senza sogni, a se stesso, ad una persona reale, a Curt Jackson. L’abito marrone, gli occhiali appartenevano all’altro, al tempo dimenticato, ai momenti ignoti. Appartenevano all’uomo nel quale si trasformava Curt Jackson nel buio della sua mente.
Esisteva un modo per risolvere in parte il mistero, lo sapeva. L’aereo sobbalzò, abbassandosi, e le case del Bronx incominciarono a prender forma. Volava diritto ora, continuando ad abbassarsi. Egli infilò la mano sinistra nella tasca della giacca e torse tra le dita la stoffa, ricca e morbida: chiunque fosse, era un uomo che poteva permettersi abiti costosi.
Frugò nella tasca, scartò alcuni fogli e trovò quello che cercava: il biglietto dell’aereo. Lo sfilò riluttante e per un attimo non volle guardarlo. Un vago, indefinito senso di colpa lo assalì. Si costrinse a sollevare il cartoncino e lesse il nome: «Signor Arthur Brownlow».

L.

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