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Titolo d’annata de “Il Giallo Mondadori“, nell’epoca di Laura Grimaldi.

L’illustrazione di copertina è firmata da Manuel Prieto.

La scheda di Uruk:

1579. Il seme della vendetta (A Child is Missing, 1978) di Charlotte Paul [6 maggio 1979] Traduzione di Maria Giulia Castagnone
Inoltre contiene il racconto:
L’avvocato del diavolo (Devil’s Advocate, da “EQMM“, febbraio 1979) di William Bankier

La trama:

Kidnapping significa, letteralmente, rapimento di bambino: lo si usa anche per il ratto di adulti, ma nel nostro casto è proprio un bimbo che scompare. Il figlio di un eroe nazionale. Questo è il kidnapping del secolo. Per quarant’anni, sulla vita del fratello di quel bimbo scomparso grava implacabile l’ombra della tragedia, e la rievocazione del lontano rapimento accresce la sua ansia per la sicurezza del figlioletto che frattanto gli è nato. Un’ansia destinata a mutarsi in terrore, perché il messaggio che, una sera, trova accanto alla culla vuota del suo bambino non lascia adito a dubbi. La storia si ripete, sembra, ma questa volta il rapitore ha un volto, un’identità. E non agisce per lucro… non chiederà un riscatto…

L’incipit:

Al limitare del bosco, l’uomo si fermò e appoggiò la pesante scala a terra. La foresta gli aveva offerto un rifugio sicuro ma ora, all’aperto, il vento lo aggredì e la pioggia gli sferzò il viso. Si fermò per un attimo, ansando.
Davanti a lui, a una ventina di metri, la casa dei Dalquist si stagliava contro il cielo tempestoso. Finestre, molte finestre. Da una di quelle più alte, la luce cadeva sul viale d’accesso. Ma la sua meta era la finestra più vicina, al primo piano, e quella non era illuminata.
Nonostante il freddo, l’uomo era madido di sudore. Si riempi i polmoni d’aria umida e, reggendo saldamente la scala, sgusciò con prudenza fuori dal bosco. Semiaccecato dalla pioggia, attraversò il viale e si fermò in un’aiuola scavata di fresco, all’angolo della casa, ansimando più per la tensione nervosa che non per la stanchezza.
Gli stivali affondarono nella terra molle e fangosa, che sapeva di muffa. L’oscurità sembrava più fitta intorno alla casa, come se quel grande edificio bianco facesse ombra anche di notte.
L’uomo aveva i muscoli delle braccia indolenziti per lo sforzo di reggere la scala, mentre la inclinava per appoggiarla contro il muro della casa. Col cuore che gli batteva, sollevò il piede destro e lo mise sul piolo inferiore, come per saggiarlo. — Gott… Gott im Himmel! — sussurrò mentre, un piolo dopo l’altro, i suoi stivali incrostati di fango trovavano un appoggio sicuro. Il vento sibilava, penetrando nelle grondaie. Un fulmine squarciò il cielo come una lama, ma l’uomo stava quasi sorridendo, ormai che era arrivato in cima alla scala. Poi, puntellandosi contro il davanzale con una mano, infilò l’altra in tasca ed estrasse un cacciavite e una leva.
Nella casa di Leif Dalquist, i rumori del temporale giungevano soffocati e facevano da sottofondo ai familiari scricchiolii dei vecchi pavimenti e delle pareti, e alle voci sommesse degli abitanti che si preparavano a coricarsi.
Nell’ala riservata alla servitù, la coppia di mezz’età era già andata a letto. L’ululare del vento e il martellare della pioggia non ne disturbavano il sonno, conciliato con una tazza di Ovaltine. Del personale domestico, faceva parte anche una bambinaia, che adesso era china su una piccola scrivania di quercia, nel tinello attiguo alla cucina. Doveva finire di scrivere a sua sorella, in Irlanda, e poi sarebbe salita per dare un’occhiata al bambino.
Nell’appartamento padronale, la moglie di Leif Dalquist, Elizabeth, si stava preparando un bagno caldo. Il rumore dell’acqua che scrosciava riempiva il locale, isolandolo da ogni suono esterno. Con un sospiro di soddisfazione, la donna chiuse i rubinetti e si lasciò scivolare nell’acqua profumata di pino. Sperava che una lunga immersione le avrebbe garantito un sonno tranquillo.

L.

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