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Prima di darlo via, schedo questa ristampa della “BUR” (Rizzoli).

La scheda di Uruk:

Incidente artico [Covert-One 7] (The Arctic Event, 2007) di Robert Ludlum (in realtà, James H. Cobb) [gennaio 2011] Traduzione di Marta Codignola

La trama:

Un bombardiere sovietico scomparso nel 1953 riemerge dai ghiacci di una remota isola dell’arcipelago artico canadese. Per il Cremlino si tratta solo di un’esercitazione militare finita male, ma le due tonnellate di antrace che l’aereo stava trasportando negli Stati Uniti fanno sospettare che fosse piuttosto una piattaforma strategica per l’uso di armi biologiche. Un carico prezioso per un’organizzazione criminale balcanica che vuole impadronirsene, una grave minaccia per i servizi segreti russi e americani, che fin dai tempi della guerra fredda tengono nascosta una verità scomoda e potenzialmente disastrosa. Una minaccia che solo il colonnello Jon Smith dell’agenzia segreta Covert-One è in grado di affrontare, rischiando tutto, anche la vita, per salvare l’ordine mondiale.

L’incipit:

5 marzo 1953
Arcipelago artico canadese

Sull’isola non c’era vita. Non avrebbe potuto esserci.
Un crinale frastagliato, una roccia battuta dalle tempeste che si allungava verso le acque gelide del Mar glaciale artico, non lontano dal centro gravitazionale terrestre. Una stretta mezzaluna, venti chilometri per tre, che si assottigliava fino ad arrivare a cinquecento metri di larghezza, con un’insenatura nella parte più occidentale. Sull’angusta e pietrosa pianura costiera spiccavano due creste prominenti, unite da un passaggio ghiacciato.
Licheni e radi ciuffi di alghe bruciate dal gelo spuntavano a fatica dalle fessure tra le rocce. Durante la breve estate artica qualche raro gabbiano e altri uccelli polari si sarebbero appollaiati sulla scogliera. Una foca o un tricheco di passaggio avrebbero catturato pesci sulla riva ciottolosa e qualche orso polare si sarebbe stagliato come un fantasma tra le fredde nebbie. Sull’isola non c’era davvero traccia di vita. Era uno di quei numerosi frammenti di continente sparpagliati tra le coste del Canada settentrionale e il Polo che costituivano l’arcipelago delle isole Regina Elisabetta, una terra desolata e devastata dalle tormente.
Per la maggior parte della sua esistenza l’isola era rimasta ignorata e inesplorata. Forse raminghi cacciatori inuit avevano avvistato le vette che si innalzavano dalla foschia marina sull’orizzonte lontano, ma l’istinto di sopravvivenza di questo popolo aveva frenato ulteriori perlustrazioni.
E se qualche esploratore di epoca vittoriana, attratto dalla vana ricerca di un passaggio a nord-ovest, aveva segnato l’isola sulla sua rozza mappa, la sua nave di certo non aveva aver mai fatto ritorno inghiottita dai ghiacci.
L’isola e il suo arcipelago non entrarono in contatto con l’umanità fino alla cosiddetta – mai nome fu più adatto – guerra fredda. L’arcipelago delle isole Regina Elisabetta fu fotografato alla fine degli anni Quaranta dall’Aeronautica militare statunitense durante i rilevamenti per la costruzione della Distant Early Warning Line, il complesso di stazioni radar situato nelle regioni artiche del Canada, il cui scopo era quello di intercettare preventivamente i bombardieri russi. Fu allora che l’isola acquistò un nome. L’annoiato cartografo militare che l’aggiunse alle mappe nautiche del mondo la chiamò «Wednesday», perché l’incartamento passò sulla sua scrivania proprio nel bel mezzo della settimana e in qualche modo la si doveva pur chiamare.

Gli autori:

Robert Ludlum, nato a New York nel 1927, è scomparso nel 2001. Dopo una carriera di successo come attore, regista e produttore, dalla fine degli anni Sessanta si è dedicato esclusivamente alla scrittura, diventando maestro indiscusso del romanzo di spionaggio. I suoi libri, tra i quali le serie di Jason Bourne e Covert-One, hanno venduto 200 milioni di copie in tutto il mondo e sono disponibili nel catalogo BUR.

James H. Cobb è autore di thriller ed esperto di storia militare. Vive a Tacoma, Washington.

L.

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