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Titolo d’annata de “Il Giallo Mondadori“, nell’epoca di Stefano Magagnoli.

L’illustrazione di copertina è firmata da Nadia Morelli.

La scheda di Uruk:

2830. Una vita da spia [Robert Harland 1] (A Spy’s Life, 2002) di Henry Porter [agosto 2003] Traduzione di Fabrizio Pezzoli

La trama:

In un gelido giorno d’inverno un aereo delle Nazioni Unite precipita in un canale ghiacciato nei pressi dell’aeroporto di New York. Unico superstite è Robert Cope Harland, ex agente segreto inglese e ora collaboratore dell’Onu. Accanto a lui giace il cadavere di Alan Griswald, un ex collega, sul cui corpo ritrova un mini-disc contenente un misterioso messaggio in codice. Chi era davvero Griswald? Possibile che qualcuno abbia sabotato l’aereo per impedirgli di giungere a destinazione? Harland viene incaricato dall’Onu di scoprire la verità, e in breve le indagini lo conducono fino a un equivoco personaggio, implicato in crimini di guerra in Bosnia. Prima ancora di rendersene conto, Harland si ritrova coinvolto in un pericoloso intrigo internazionale, accusato di tradimento dai servizi inglesi e braccato da nemici disposti a tutto pur di mantenere i loro segreti. La chiave dell’intera faccenda è forse nelle mani di un giovane informatico esperto di raffinatissime tecnologie…

L’incipit:

Un orlo di ghiaccio si protendeva dall’argine proprio davanti ai suoi occhi. Era a meno di un metro di distanza e lo vedeva con straordinaria nitidezza nella luce che lo illuminava di spalle. Contemplò il ghiaccio tra la nebbiolina del suo fiato condensato, notando le linee che ne percorrevano il margine come gli anelli di un tronco. Capì che si erano formate quando la marea nell’estuario ne aveva lambito la parte laterale sottostante, aggiungendo un ulteriore orlo alla superficie, per poi ritirarsi, lasciandolo appeso al lembo di ghiaccio proteso sopra il pantano. Era intontito, ma la sua mente stava elaborando informazioni. Era un segnale positivo.
Harland girò leggermente la testa e rimase in ascolto. Sentiva un fischio nei timpani, ma riusciva a distinguere il suono della risacca e l’attrito agitato di steli di giunchi secchi da qualche parte a sinistra. Oltre a questi rumori, c’era un frastuono in lontananza: alcune sirene e il rotore di un elicottero.
La luce non gli permetteva di vedere come fosse rimasto intrappolato, ma avvertiva sulla schiena un peso massiccio che lo teneva inchiodato al suolo, e sapeva di avere le gambe piegate all’indietro perché i quadricipiti gli dolevano per la tensione innaturale a cui erano sottoposti. Il resto del corpo era insensibile. Ne dedusse che doveva essere rimasto in quella posizione per un bel po’ di tempo.
Ritrasse le braccia immerse nel fango. Il movimento gli sospinse la faccia in avanti verso il pantano e l’odore salmastro dell’oceano vicino gli riempì le narici. La marea! Si accorse che l’acqua era salita di qualche centimetro da quando aveva ripreso conoscenza. La marea stava invadendo l’estuario e gli avrebbe sommerso la testa. Doveva assolutamente liberarsi, spostare il peso immane che lo teneva inchiodato a terra. Ma si sentiva fiacco, stordito, e non c’era niente su cui puntare le mani per allontanare la faccia dal fango. Tastò in maniera scomposta dietro di sé e riconobbe il sedile. Gesù benedetto! Era ancora legato al sedile! Annaspò con la mano in cerca della cintura di sicurezza e la trovò tesa sulla parte superiore del torace. Questo spiegava il dolore all’altezza del cuore. Alla fine trovò la fibbia di aggancio automatico, premette con il pollice il pulsante di sblocco e scivolò in avanti.

L’autore:

Henry Porter dirige l’edizione inglese di “Vanity Fair”. Col- labora inoltre con alcuni importanti quotidiani, tra cui “The Guardian”, “The Observer”, “The Evening Standard” e “The Sunday Telegraph”. Vive tra Londra e New York.

L.

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