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Meret Oppenheim e Louis Marcoussis ritratti da Man Ray (Parigi, 1933). Collezione privata. © Man Ray by SIAE 2018

La Adelphi riporta in libreria un romanzo del maestro Georges Simenon, apparso in Italia unicamente nel 1957 all’interno della collana “I Romanzi di Simenon” n. 2 (Mondadori).

La scheda di Uruk:

685. Le persiane verdi (Les volets verts, 1950) di Georges Simenon [giugno 2018] Traduzione di Federica Di Lella e Maria Laura Vanorio

La trama:

«Forse questo è il libro che i critici mi chiedono da tanto tempo e che ho sempre sperato di scrivere» azzarda Simenon, che ha terminato Le persiane verdi in una sorta di stato di grazia, all’indomani della nascita del secondo figlio. Ha tutte le ragioni di essere soddisfatto: è riuscito a scolpire una figura larger than life, Émile Maugin, celeberrimo attore giunto, a sessant’anni, all’apice del successo e della fama, che un giorno apprende di avere, al posto del ventricolo sinistro, «una specie di pera molle e avvizzita». «Maugin non è ispirato né a Raimu, né a Michel Simon, né a W.C. Fields, né a Charlie Chaplin» afferma risolutamente Simenon nell’Avvertenza. «E tuttavia, proprio a causa della loro grandezza, non è possibile creare un personaggio dello stesso calibro, che faccia lo stesso mestiere, senza prendere in prestito dall’uno o dall’altro certi tratti o certi tic». Ciò detto, taglia corto, «Maugin non è né il tale né il talaltro. È Maugin, punto e basta, ha pregi e difetti che appartengono solo a lui». Pregi e difetti alla misura del personaggio: dopo un’infanzia sordida, ha lottato, perduto, vinto, amato, desiderato, conquistato e posseduto tutto – donne, fama, denaro –, e coltiva la propria leggenda abbandonandosi a ogni eccesso. Prepotente, scorbutico, cinico (ma segretamente generoso), regna da tiranno su un piccolo mondo di sudditi devoti e trepidanti, fra cui la giovanissima e amorevole moglie, ma vive nella costante paura della morte e nella nostalgia dell’unica cosa che non ha mai conosciuto: la pace dell’anima – quella cosa tiepida e dolce a cui il suo desiderio attribuisce la forma di una casa con le persiane verdi.

L’avvertenza:

Alcuni amici che hanno letto il romanzo in bozze mi hanno fatto notare che qualche lettore sprovveduto, malevolo o semplicemente convinto di saperla lunga potrebbe scambiare, o fingere di scambiare, il mio libro per un romanzo a chiave e identificare il personaggio di Maugin con il tale o il talaltro attore famoso.
La formula che si usa in casi del genere – «Questa è un’opera di fantasia e ogni riferimento eccetera eccetera» – ormai non basta più.
Ci tengo quindi a dichiarare
categoricamente, in apertura di un libro a cui a torto o a ragione attribuisco una certa importanza, che Maugin non è ispirato né a Raimu, né a Michel Simon, né a W.C. Fields, né a Charlie Chaplin, che considero i più grandi attori del nostro tempo.
E tuttavia, proprio a causa della loro grandezza, non è possibile creare un personaggio dello stesso calibro, che faccia lo stesso mestiere, senza prendere in prestito dall’uno o dall’altro certi tratti o certi tic.
Tutto il resto è pura finzione, lo ribadisco, dal carattere del protagonista alle sue origini familiari, dalla sua infanzia ai singoli episodi della sua carriera, dai particolari della sua vita pubblica e privata a quelli della sua morte.
Maugin non è né il tale né il talaltro. È Maugin, punto e basta, ha pregi e difetti che appartengono solo a lui e di cui io sono l’unico responsabile.
Non ho deciso di scrivere queste righe per evitare che qualcuno mi quereli, come peraltro è già successo, ma per amor di verità, per rispetto della memoria di coloro, tra i personaggi appena citati, che sono morti e della personalità di coloro che sono ancora vivi.

Georges Simenon
11 maggio 1950

L’incipit:

Era strano: il buio che lo circondava non era il buio immobile, immateriale, negativo, a cui siamo abituati. Gli ricordava piuttosto il buio quasi palpabile di certi incubi della sua infanzia, un buio minaccioso, che a volte di notte lo assaliva a ondate come a volerlo soffocare.
«Può rilassarsi ora».
Ma non poteva ancora muoversi. Solo respirare, il che era già un sollievo. Stava con la schiena appoggiata a una parete liscia, di cui non avrebbe saputo specificare la materia, e contro il petto nudo sentiva il peso dello schermo, che, con il suo chiarore, gli permetteva di intravedere la faccia del medico. Chissà, forse proprio per via di quella luminescenza il buio nel quale erano immersi sembrava fatto di una nebbia molle e avvolgente.
Perché il dottore lo costringeva a restare così a lungo in quella posizione scomoda senza dirgli una parola? Poco prima, sul lettino di pelle nera dello studio, Maugin si sentiva ancora tranquillo, parlava con la sua vera voce, quel vocione burbero che aveva sulla scena e nella vita, e osservava divertito Biguet, il famoso Biguet, che aveva curato e curava tanti personaggi illustri.
Era un uomo simile a lui, pressappoco della stessa età, come lui venuto dal niente, un campagnolo, figlio di una donna che un tempo faceva la serva in una fattoria del Massiccio Centrale.
Non aveva la voce di Maugin, né la sua statura, la sua stazza e il suo faccione quadrato, ma, tracagnotto e irsuto com’era, conservava le tracce delle sue origini contadine e del suo dialetto.

L.

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