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Numero d’annata della collana “Segretissimo” (Mondadori), all’epoca della conduzione di Laura Grimaldi.

L’illustrazione di copertina è firmata da Carlo Jacono.

La scheda di Uruk:

435. Coplan: largo ai giovani [Francis Coplan 116] (Coplan fait mouche, 1970) di Paul Kenny [30 marzo 1972] Traduzione di Sarah Cantoni
Inoltre contiene il racconto:
«… li conosco, i miei ragazzi…», di Giancarlo Albano

La trama:

Chi è Mossine? La risposta è facile. La conoscono tutti gli agenti di tutti i paesi del mondo, dall’Est all’Ovest. Mossine è un famoso agente sovietico, abilissimo e imbattibile. Ma quanti Mossine esistono sulla faccia di questa povera terra? E qui la faccenda si complica, la risposta pare farsi vaga, poi confusa, poi impossibile. C’è un Mossine a Roma, ad esempio. E viene eliminato. Nello stesso momento segnalano la sua presenza a Istanbul. Ma anche quel Mossine viene eliminato. Poi, ancora un Mossine: a Parigi. Coplan, che sta dando una mano a un agente dell’IS in una missione delicata quanto difficile, decide di vederci chiaro, tanto più che il fantomatico agente sovietico gli rende difficile sia la vita sia la missione che deve portare a termine. E così, con la pazienza che gli è caratteristica, Coplan parte al contrattacco, deciso, pacato, lucido, senza un attimo di esitazione o di incertezza. Ne va di mezzo la sua reputazione professionale. E questo è niente. Ne va di mezzo la sua tranquillità. E anche questo è niente. Ne va di mezzo qualcosa di molto più importante, di molto più grave: la stessa esistenza di migliaia di giovani. Scoprirà Coplan l’inesplicabile mistero di Mossine?

L’incipit:

Proprio un colpo di fortuna! Una Opel berlina si era messa in moto, liberando un posto tra una vecchia Peugeot e una Simca. Coplan vi parcheggiò subito la sua DS nera, tolse il contatto, abbassò il vetro del finestrino. Poi, soddisfatto, accese una Gitane.
L’orologio del cruscotto segnava mezzogiorno meno quattro minuti.
In quella mattinata di metà ottobre il tempo era incredibilmente bello, data la stagione. Sembrava di essere in estate. Il sole, ancora caldo, splendeva in un immenso cielo tutto azzurro, e l’odore di salsedine fluttuava nell’aria dolce e tranquilla, benché non ci fosse quasi un alito di vento.
Con la coda dell’occhio, Coplan avvistò un ometto grassoccio che attraversava la piazza. Questi, sui quarant’anni, capo scoperto, i capelli biondicci già radi, la faccia rotonda dai lineamenti inespressivi, le mani infilate nelle tasche dell’impermeabile grigio, puntò verso il parcheggio e costeggiò le macchine disposte nei rettangoli tracciati in bianco sull’asfalto.
Aveva l’andatura placida, un po’ pesante, dell’individuo soddisfatto di sé.
Si avvicinò alla DS e guardò Coplan dritto negli occhi.
— Il signor Coplan, immagino… — disse sottovoce.
— Sì, sono io.
— Richard Wilton. Felice di conoscervi.
Flemmatico, il signore grassottello fece il giro della macchina e salì accanto a Coplan, che mormorò:
— Mezzogiorno esatto. Questa sì che si chiama puntualità. I miei complimenti!
— Veramente siete voi che li meritate. Io sto girellando nei paraggi da circa mezz’ora. Pensavo che avreste avuto qualche difficoltà a trovare un posteggio e temevo per il nostro incontro.
— Sono stato fortunato.
— Ho visto.
La DS partì. Wilton chiese:
— Dove andiamo?
— Poco distante da qui. Un amico vi mette a disposizione la sua villa. Spero che sia comoda e che faccia al caso vostro.

L.

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