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Titolo d’annata de “Il Giallo Mondadori“, nell’epoca di Gian Franco Orsi.

L’illustrazione di copertina è firmata da Prieto Muriana.

La scheda di Uruk:

2137. Grido di morte (The Far Cry, 1951) di Fredric Brown [14 gennaio 1990] Traduzione di Mauro Boncompagni
Inoltre contiene:
Einstein e Sherlock Holmes [unedicesima puntata] (Einstein et Sherlock Holmes, 1989) di Alexis Lecaye – Traduzione di Mario Morelli

La trama:

George Weaver, un agente immobiliare che sta curandosi da un esaurimento nervoso, è capitato a Taos, nel New Mexico, per prendersi un periodo di riposo e rimettersi in forze. George è un po’ a corto di soldi e per questo accetta la proposta dell’amico Luke di scrivere un lucroso articolo su una certa Jenny Ames, che è stata assassinata otto anni prima in una località poco lontana da Taos. All’epoca, le indagini della polizia non erano approdate a nulla e l’assassino era riuscito a far-perdere le tracce. Ma chi era Jenny Ames? Di lei si sa poco o nulla. Non si conosce nemmeno la sua città di provenienza e poi “Jenny Ames” potrebbe anche essere un nome falso. E l’assassino? Perché ha ucciso? E soprattutto come ha fatto a sparire nel nulla? Otto anni dopo, George Weaver affitta la casa del delitto, che sembra colpita dalla maledizione. Si mette a fare indagini per conto proprio… e si imbatte in un incubo spaventoso e agghiacciante.

L’incipit:

Mentre un improvviso terrore le compariva negli occhi, Jenny indietreggiò per evitare il coltello, tastando con la mano la porta della cucina alle sue spalle in cerca della maniglia. Era troppo terrorizzata per gridare, e comunque nessuno l’avrebbe sentita, nessuno eccetto l’uomo che avanzava verso di lei con il coltello… Era pazzo, doveva essere pazzo per forza. La sua mano trovò la maniglia e la girò; la porta si aprì verso l’esterno, sulla notte, e lei s’infilò di corsa nell’apertura. La morte la inseguiva.
Passarono otto anni.
E poi…
Ciò che accadde cominciò in modo piuttosto casuale, come di solito succede. Cominciò il diciotto di maggio, un giovedì.
C’era un uomo di nome George Weaver che aveva appena preso una camera all’hotel La Fonda di Taos, nel New Mexico. Aveva finito da poco di radersi; stava strofinandosi dal viso il residuo della schiuma con il lembo inumidito di un asciugamano, quando il telefono squillò. Appese l’asciugamano sul bordo del lavabo e uscì dal bagno per rispondere al telefono. — Pronto — disse.
— George Weaver? — La voce gli sembrava familiare, ma non riusciva a identificarla. — Sì, sono Weaver — rispose.
— Parla Luke, George. Luke Ashley.
L’espressione di Weaver si illuminò. — Diavolo! Che ci fai a Taos? E come sapevi che mi trovavo qui? Dove sei?
Sulla linea si udì un sogghigno.
— A quale domanda devo rispondere per prima?
— Dove sei?
— Giù di sotto, alla reception dell’albergo.
— Allora le altre domande possono attendere. Vieni su, Luke.
Weaver depose il ricevitore sulla forcella, poi, mentre tornava nel bagno per terminare di asciugarsi la faccia, aprì la porta della camera e la lasciò socchiusa. La possibilità di rivedere Luke Ashley era tanto piacevole quanto inattesa. Doveva essere da più di due anni che non lo vedeva.
Guardandosi allo specchio del bagno, Weaver si chiese se Luke avrebbe notato i cambiamenti sul suo volto. Gli ultimi mesi erano stati piuttosto duri; lo avevano segnato al punto che non sembrava più neanche un volto. Sempre un po’ sottile, si era fatto adesso piuttosto tirato, e gli occhi avevano assunto un aspetto febbrile.

L’autore:

Ricordate Sentinella, la storia di un guardiano interstellare che descrive la sua lotta contro esseri mostruosi che (lo si saprà alla fine) hanno due gambe, due braccia e sono senza squame? O La risposta, un fulminante bozzetto in cui al più grande computer mai realizzato nell’universo viene chiesto di confermare se Dio esiste? Queste, ed altre, sono storie esemplari, fortemente rappresentative dello stile di Brown, brevi raccontini in grado di condensare, nel giro di una pagina o poco più, una vicenda paradossale, in cui le cose non sono mai quello che sembrano. Antologizzate nei testi scolastici, sicuramente note ad un vasto pubblico di lettori, ammirate per la trovata finale che risolve la narrazione con un colpo di mano da grande illusionista, queste storie – e non è l’ultimo dei paradossi di Brown – sono diventate a poco a poco più famose del loro autore, che solo un ristretto numero di specialisti saprebbe ricordare oggi con esattezza. E – aggiungiamo – di specialisti della SF, perché in questo settore il nome di Brown non è mai stato dimenticato, come testimoniano le frequenti ristampe delle sue opere (tra le quali fa spicco la recente pubblicazione nei mondadoriani Massimi della Fantascienza, che si avvale anche di una pregevole introduzione di Giuseppe Lippi, di quattro dei cinque romanzi dedicati da Brown a questo particolare genere narrativo). Eppure, questo straordinario autore, nato a Cincinnati nel 1906 e scomparso nel 1972, ha scritto, tra il 1947 e il 1963, ventidue romanzi polizieschi che hanno lasciato un’impronta nel genere, oltre ad una serie innumerevole di racconti apparsi nelle riviste pulp e solo in piccola parte ristampati (ci permettiamo, comunque, di rimandare il lettore bilingue a un’ottima antologia comparsa in America quattro anni fa e pubblicata dalla Southern Illinois University Press: Carnival of Crime. The Best Mystery Stories of Fredric Brown.

Se il lettore affronta questa nota dopo aver letto il romanzo, avrà almeno un po’ familiarizzato con l’universo di Brown. Che è un universo in cui il paradosso regna incontrastato, in cui apparenza e realtà si mescolano fino a confondersi, dove il luogo comune è un travestimento del bizzarro e dove la normalità appare spesso come un arresto momentaneo della follia universale che coinvolge tutto e tutti. Un universo popolato da personaggi che sembrano falliti o spostati: pazzi, dipsomaniaci, handicappati di varia natura, scrittori e artisti senza successo, clowns (per Brown, non diversamente da Fellini anche se per motivi diversi, il circo è un po’ la metafora del mondo), reclusi che, a poco a poco, si appropriano di una logica diversa e imparano a guardare il mondo (che resta sempre lo stesso) con occhi alla rovescia. In questo mad universe (come recita il titolo di un grande romanzo SF di Brown) è possibile che anche il lettore diventi protagonista, venga interpellato, lo si metta in crisi nelle sue convinzioni e nelle sue aspettative, se ne faccia un personaggio da sfidare o, nei casi peggiori, persino da togliere di mezzo. Uno dei più famosi racconti di Brown, Don’t Look Behind You, si rivolge al lettore come la potenziale vittima di un omicidio che l’autore, mentre racconta, sta perpetrando. «Adesso siediti e stai calmo. Cerca di divertirti; potrebbe anche essere l’ultima storia che ti capiterà di leggere. Dopo che l’avrai finita, è probabile che ti metterai a sedere e ti concederai un po’ di riposo, o troverai qualche scusa per gironzolare in casa e magari rovistare nella tua stanza o in ufficio, ma presto o tardi dovrai alzarti e andare fuori. Ed è lì che ti aspetto: fuori. O forse anche più vicino. Forse proprio in questa stanza». Che meraviglioso esempio di nemesi ermeneutica! Finalmente è l’autore che si vendica del lettore, stanco di aver subito troppe vessazioni, e decide di interrompere una volta per tutte la catena interpretativa. Alla violenza della lettura, l’autore risponde con la violenza fatta sul lettore. È il delitto perfetto, quello che nessuno mai risolverà perché nessuno ne verrà mai a conoscenza. Ma è anche il delitto rituale: l’annientamento dell’impudico spettatore, del voyeur morboso e irritante, dell’impiccione che nessuno ha mai invitato ma che pure è sempre presente, non meno ubiquo ed ossessivo dell’occhio divino.

Nell’universo di Brown non si sa mai bene come propriamente vadano le cose, e può persino capitare che una donna vagheggiata e sublimata in una specie di ideale da Eterno Femminino si riveli invece un’altra immagine della propria moglie, prosaica e indolente come non oseremmo mai dire. Il sogno di un’altra vita si rivela piuttosto, e molto spesso, come la disperazione della solita vita; che Brown abbia visto un segno di continuità (ma quanto drammatico, come testimonia il romanzo) dove i più vedono una insanabile opposizione è un altro – e non il minore – dei suoi meriti narrativi.

Maestro di storie paradossali – dreamer in paradox, come l’ha definito Bill Pronzini – evocatore di terrori metafisici e di dilemmi razionali che, in cinque righe o in duecento pagine, sfidano sempre con successo l’acume del lettore (e qualche volta, come abbiamo visto, lo sopprimono persino), Brown ha dispiegato per più di vent’anni un’abilità narrativa che ha pochi eguali per duttilità e spirito caustico. Maestro in due generi così vicini fra loro (eppure anche così lontani) come il giallo e la fantascienza, Brown ci ha lasciato dei capolavori di immaginazione in grado, sempre, di prendere il lettore in trappola. It’s a far cry, come suona un’espressione inglese a cui allude, implicitamente ed enigmaticamente, con un gioco di parole intraducibile, il titolo del romanzo di Brown appena riproposto: quel “grido lontano” è in realtà “tutta un’altra cosa”, e l’identità della persona a cui appartiene quel grido, apparentemente data per scontata, è invece proprio il primo dei problemi. Ma tutto in Brown è far cry, perché niente, nemmeno l’autore, è quello che dice di essere.

Non fa meraviglia che questo grande maestro della combinatoria narrativa, questo sabotatore delle tecniche del racconto abbia trovato un convinto estimatore in Umberto Eco che, anni fa, dichiarò la sua predilezione per lo scrittore americano, affermando di leggere tutto quello che Brown scriveva. E, certo, i migliori tra i romanzi e i racconti di Fredric Brown sono un appello inesausto all’intelligenza del lettore, alla sua capacità di sopportare, divertendosi, i paradossi che l’autore ha disseminato nelle pagine. La tenzone non è delle più facili, riconosciamolo. Ma, per il lettore che sopravvive ad agguati ed imboscate, la ricompensa è certa.

Mauro Boncompagni


L.

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